Poeti emigrati ed emigranti poeti negli Stati Uniti

by Luigi Fontanella
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Title:
Poeti emigrati ed emigranti poeti negli Stati Uniti
Author:
Luigi Fontanella
Year: 
1998
Publication: 
Italica
Volume: 
75
Issue: 
2
Start Page: 
210
End Page: 
225
Publisher: 
Language: 
English
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Abstract:

Poeti emigrati ed emigranti poeti negli Stati Llniti'

And hunger is the patrimony ofthe emigrant; Hunger, desolate and squalid For the fatherland, For bread and for women, both dear. America, you gather the hungry poeple And give them new hungers for the old ones.

EMANUEL CARNEVALI

Non era forse vero che gli esclusi e gli esiliati erano sempre esistiti, da quando gli uomini si erano riuniti in gruppi? E la condizione dell' esilio non era forse l'inevitabile immagine speculare dell' essere radicati nella propria terra? Quanti milioni di esiliati, scacciati e profughi c' erano stati nei millenni della storia umana? E la caratteristica principale della loro tragedia non era forse il permanente legame con la comunita dalla quale erano stati 0 si erano strappati? Questa comunita era come un' amata perduta. JOHANNES URZIDIL

I titolo del mio saggio necessita qualche riflessione iniziale, non soltanto sulla base della mia personale esperienza di poeta e intellettuale residente da parecchi anni negli Stati Uniti, rna anche sulle sottili implicazioni ad esso sottese; titolo che, recitato tal quale, presupporrebbe un'indagine a largo raggio che qui per varie e ovvie ragioni non posso presentare. Vorrei, anzi, subito precisare che questo mio studio, pur con qualche riferimento testuale, intende soltanto porre alcune questioni preliminari di carattere teorico e metodologico.

Intanto il titolo "poeti emigrati ed emigranti poeti," suggerisce due categorie di poeti, distinte e simultanee allo stesso tempo, sia sul piano storico/temporale sia sul piano stilistico/tematico. Al primo "gruppo" appartengono di fatto poeti italiani che, emigrati negli Stati Uniti quasi cento anni fa (Arturo Giovannitti, che pub considerarsi il primo importante poeta emigrato in America, vi arrivo nel 1901), abbastanza presto si inserirono, chi con maggiore chi con minore fortuna, nel mainstream letterario americano; divennero insomma scrittori americani a tutti gli effetti (per loro stessa volonta, oltre che, s'intende, per l'impiego espressivo della lingua adottata), A questo gruppo andrebbero aggiunti quei poeti che, nati in America, vengono cio non di meno ancora oggi definiti "poeti italo-americani," rna che di italiano hanno solo il cognome e solo alcuni di essi, in misura lar-

ITALICA Volume 75 Number 2 (1998)

vata 0 "riflessa," talora trasmisero, per via indiretta, nella loro opera creativa, riferimenti culturali italiani, lato sensu; "riflessi," appunto, da intendersi proprio letteralmente (Ciardi, Rago, Stefanile, Ferrini, ecc.). Mi rendo conto dell'approssimazione del termine in questione: pill avanti spieghero piit ampiamente cosa intendo per "riflessi" trasmessi occasionalmente nella Ioro opera.

A questi due gruppi, potremmo infine aggiungere una terza schiera di poeti italiani emigrati/emigranti, abbastanza infoltitasi dal dopoguerra in poi, che, avendo ben assorbito la nuova lingua, 0 ha decisamente optato per l'una 0 per l'altra, 0 scrive indifferentemente in italiano 0 in inglese (Tusiani, Rimanelli, ecc; poeti, fra I'altro, di cui mi sono gia occupato in altre sedi; rimando all'appendice bibliografica di questo saggio), 0 ha perfino optato, in qualche caso di interessante sperimentazione sfiorante il "collage," per una sorta di mescidazione plurilinguistica (si vedano alcuni testi recenti di Giose Rimanelli, che io ritengo, oggi come oggi, 10 scrittore italiano pill stimolante espatriato negli Stati Uniti),

Resta ancora meglio da chiarire quella doppia accezione (emigrato/emigrante) nel titolo di questo studio. Dire "poeta emigrato" vuol significare una persona che era gia poeta prima della partenza dall'Italia (poteva, fra I'altro, avere al suo attivo una certa produzione nella lingua madre: e il caso di un Giovannitti), ovvero un poeta che, restando tale, rna emigrato definitivamente (diremmo meglio, usando un vecchio termine prezzoliniano ancora valido, "trapiantato" in un'altra cultura) ha giocoforza assorbito, di questa, modi, temi e forme e, soprattutto, la nuova lingua espressiva. Sono, in altre parole, scrittori italiani che a un certo punto della loro vita si sono trasferiti e integrati stabilmente negli Stati Uniti, continuando a fare gli scrittori rna volendo considerarsi ormai scrittori "americani" a tutti gli effetti. Quando un Emanuel Carnevali, nato a Firenze nel 1897 ed emigrato in America nel 1914, dove si formo come poeta e polemista stabilendo rapporti d'amicizia con alcuni fra i pill importanti scrittori americani (tra gli altri: Carl Sandburg, Sherwood Anderson, Ernest Walsh e William Carlos Williams), dichiara esplicitamente:"I want to become an American Poet" ( lettera a Harriet Monroe, Poetry,

11.6 [1918]: 343), non fa solo un'ammissione esplicita sulla sua definitiva emigrazione fisica, rna, come scrittore, fa anche una dichiarazione dipoetica, volendo far intendere che quanto scrivelra) non soltanto e (sara) scritto in lingua inglese rna appartiene (apparterra) alIa letteratura scritta in quella lingua. Ma basta a uno scrittore adottare una nuova lingua per considerarsi, di questa, tout court, uno dei plausibili adepti? Quanto permane della cultura che si elasciati aIle spalle nella scrittura creativa espressa in una lingua nova? Non c'e in tutto questo una sfida temeraria, che pero resta pure la sfida di ogni letteratura, purche valida e innovativa?

E forse impossibile rispondere a questi quesiti, perche significherebbe addentrarsi nell'officina profonda di uno scrittore; scoprire e stabilire, ad esempio, quanto e cosa e come precisamente sia rimasto del proprio retroterra spirituale-emotivo-culturale e, al contempo, individuare quanto e cosa e come precisamente sia stato da lui assorbito della cultura adottata. Inoltre: quanto di puramente (astrattamente) programmatico ci pub essere in dichiarazioni simili? A noi epermesso, credo, solo di riuscire a individuare e valutare Ie cause di questa volontarieta che, nella maggior parte dei casi, si condensa in questa aspirazione: quella di essere letti, apprezzati e accettati da un pubblico che non e piu quello che si e lasciato dietro rna quello in mezzo al quaIe si e deciso di vivere e operare per il resto della propria vita. A questa aspirazione, destinata a restare a mio avviso quella basilare, possono aggiungersi altre considerazioni ad essa vicarie: l'opportunita di esprimersi, come scrittori, in una lingua egemonica di maggiore diffusione (fu, com'e noto, il sogno giovanile di un Mario Soldan): i vantaggi (e Ie feconde contraddizioni) del plurilinguismo; il sentimento di lavorare con maggiore "liberta" e in spazi, geografici e letterari, piu ampi, magari con la segreta ambizione di poterne riempire un vuoto "unico": ancora Carnevali, in una lettera scritta nel '32, allorche la conquista (e relativa fruizione/gratificazione) dell'inglese era fatto ormai compiuto, scrive: "I believe that I fill a certain space unique in American literature" (a Peter Neagoe, curatore di Americans Abroad, The Hague, The Service Press, 1932;cito da Di Biagi 1991, 423). E una convinzione che pub apparire ingenua, perfino velleitaria,ma essa nasconde anche una verita 0 una consapevolezza di fondo relativa all'inappartenenza letteraria di questo poeta eslege, che ha perso il suo baricentro etnografico-culturale.

Vorrei chiarire meglio quest'ultimo punto, che mi sembra centrale per tutti quei poeti itaIiani trapiantati oltreoceano, rna mai fino in fondo accettati dall'establishment letterario americano, 0 da questo spesso guardati con schizzignoso sospetto, 0 genericamente classificati ethnic writers. II problema, ovviamente, a parte l'antropologia culturale (e perfino nominale) diversa, risiede prima di tutto nella lingua: uno strumento acquisito (applicate) che si pone in chiave antagonistica 0 alternativa rispetto alIa lingua madre che si va man mano perdendo rna mai perdendo del tutto. Di nuovo, il caso di un Carnevali, cui si pub aggiungere parzialmente anche quello di un Giovannitti,eesemplare. Unalingua"seconda"eapplicata nonpubspazzare via del tutto quella "primaria" e originaria. Gia un attento studioso anni fa mise in rilievo, rna forse un po' troppo drasticamente, questo punto nodale sulla lingua di Carnevali, parlando di "travestimento linguistico" e di "inevitabile processo di autotraduzione preventiva, rinvenibile a monte di ogni poesia e della prosa stessa" (Fink 1973, 8588); giudizio che si pub in parte condividere rna sfrondandolo della

sua severita, II problema infatti a me pare molto piu complesso: la lingua di un Carnevali non pub essere interpretata come semplice processo di "autotraduzione preventiva," perche a un certo punto a uno scrittore trapiantato da anni in America (con relativa reaIta linguistica diversa da quella originaria) succede di assorbire naturaliter la lingua "nova" e in/con essa esprimersi direttamente, senza operazioni intermedie di tra/vestimento 0 di pura sovrapposizione. Voglio dire che il problema, piu che di "autotraduzione" edi natura interlinguistica; in non pochi casi si tratta di un vero e proprio connubio senza soluzione di continuita. Lo provano Ie incertezze sintattiche e lemmatiche che 10 stesso Camevali, gia all'altezza del '19 (ossia dopo appena cinque anni di permanenza in terra americana) egli confessa in una lettera a Papini:"Non so piu tanto I'italiana" Esignificativo che, quando nel '22 egli rientra in Italia, malato, passando da una clinica all'altra, i suoi contatti e scambi letterari avverranno prima di tutto con scrittori americani, alcuni dei quali andranno non di rado a fargli visita. Tutto questa ce 10 conferma il carteggio avuto con i pochi intellettuali italiani (Linati, Papini, Croce, ecc.), infarcito di anglismi e frasi direttamente in inglese inserite in modo del tutto spontaneo nel testa epistolare, specialmente laddove l'italiano non soccorre immediatamente 10 scrivente. Esorprendente verificare come questa problema interlinguistico ritomi in tutti i migliori scrittori italiani trapiantati in America e sia riscontrabile ancora oggi. Recentemente mi eavvenuto di leggere e chiosare un nuovo romanzo di Giose Rimanelli, altro scrittore eccellente, da anni espatriato negli Stati Uniti. Non posso fare a menD ora di ritornarci per meglio definire questa aspetto di Camevali. II romanzo di Rimanelli s'intitola Detroit Blues (WeIland, Ontario-Lewiston, New York: Ed. Soleil, 1997, 216), e descrive Ie indagini di un professore di antropologia, figlio di emigrati italiani, su suo cugino Larry (musicista di genio, molto impegnato politicamente contro l'emarginazione negra), assassinato barbaramente per motivi razziali (Larry, di colore scuro, era figlio del noto chitarrista jazz Nebraska Dope, un indiano Omaha, da tutti creduto negro). II tutto in una magmatica Detroit, sotto I'infuriare dei problemi razziali e delle sanguinose rivolte che sconvolsero questa citta in un torrido luglio del '67, un anna prima che venissero assassinati Robert Kennedy e Martin Luther King. La lettura dell'epistolario di Carnevali, pur risalente a tanti anni fa, mi ha fatto irresistibilmente pensare-parlo, s'intende, dal punto di vista linguistico-a questa romanzo di Rimanelli laddove il denso connubio italiano/inglese e a forza evidente (I'inglese che s'inserisce spontaneamente come naturale proseguimento del discorso in italiano): connubio da intendersi non come semplice mescidazione ma proprio di una naturale, fluida intereferenza di unalingua dentro un'altra lingua 0 inestricabilmente intrecciata insieme. Non va dimenticato fra l'altro che Rimanelli e autore di romanzi

scritti direttamente in inglese (penso a Benedetta in Guysterland del 1993, e Accademia del 1997, ambedue editi dalla canadese Guernica), che sembrano ripetere parallelamente l'esperienza scrittoria camevaliana di oltre mezzo secolo prima. Qualche esempio ad usum collationis, fra i numerosissimi che si potrebbero estrapolare.

CARNEVALI (. ..) E siccome he knows all about Italy, la sua parola valse.

(. ..) Lei sara sport abbastanza da aiutarmi e loving enough da non buttarmi fuori dalla sua stima.

RIMANELLI Well my friends, stavo proprio adesso passando per questa lovely city of yours perche la mia missione has a universal worth.

Quel camioncino euna ghiacciaia. His best food, Black Magyk,is sold frozen.

Come si vede, pur da questi pochi esempi, si tratta di una convivenza interlinguistica che non presuppone (piu) un'autotraduzione preventiva, rna viene esperita direttamente nella frase in un suo naturale continuum.

Ovviamente sto parlando di due scrittori assai diversi fra loro e assai divaricati nel tempo; diversita che presuppone in un caso (Carnevali) un effettivo oblio dell'italiano che tende a sottrarsi di fronte all'uso, ormai assunto, dell'inglese, e, nell'altro (Rimanelli), la creazione consapevole e sofisticata di un proprio idioletto espressivo, che pero eanche indice di un'avvenuta ingerenza di una lingua altra da quella nativa.

Se il problema della lingua (della voce) da dare al proprio testa e destinato a restare irresolvibile ed e obiettivamente una sorta di handicap rispetto al nuovo establishment letterario in cui il poeta emigrato echiamato a operare con Ie sole sue forze culturali (non ha piu, dietro le sue spalle, geografie e persone che gli sono familiari, mentre Ie nuove sono riluttanti a farsi assorbire), non bisogna pensare che esso scompaia automaticamente in quei poeti che, di discendenza italiana rna nati in terra americana, avrebbero dovuto (e dovrebbero) essere considerati scrittori americani tout court. Ma qui si pone un'altra questione. Possono davvero considerarsi scrittori del tutto americani? E giusto allora chiamare, come correntemente avviene, "scrittori italo-americani," autori come Puzo, Talese, Stefanile, Mangione, Gambino, ecc.? Che significa essere "scrittore del tutto americano"? E che significa essere "scrittore italo-americano"? E ancora: quell'attributo ("italo") posto accanto ad "americano," rna preceduto da un trattino su cui recentemente alcuni studiosi hanno a lungo discusso 0 polemizzato (Tamburri, Alfonsi, Valesio, Gardaphe, ecc.), proponendo soluzioni pill "modeme," tipo "Italian/American," oppure "Italian American," oppure (se detto in italiano) "italiano americano," dicevo, quell'attributo ("italo") in che modo e misura dovrebbe far presupporre una presenza della cultura italiana (della italianita) all'intemo dei loro testi? E non mi soffermo in campo cinematografico, dove andrebbe ricordato almeno il documentario ItalianAmericans di Martin 5corsese per il quale rimando all' ottimo saggio di Ben Lawton "What Is ItalianAmerican Cinema" (1995).

Ecco che ora posso spiegare meglio quel termine "riflessi" da me menzionato all'inizio, affermando che questi scrittori, della cosiddetta "italianita," hanno solo un'immagine irrelata; nella maggior parte dei casi si tratta di un'affettivita che potremmo chiamare libresca, echeggiata in casa dai genitori 0 dai nonni, insomma una cultura derivata 0 interposta, che non presuppone la conoscenza diretta della lingua italiana, ne della letteratura se non di quella dei classici letti in traduzione (Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Manzoni, Pirandello sono gli autori previlegiati), ne dell'arte (in genere solo quella rinascimentale vista attraverso Ie illustrazioni contenute nei libri di storia dell'arte), Questa, la situazione prevalente. Conosco personalmente intellettuali americani, bravi studiosi di letteratura inglese e di cultura italo-americana che s'improvvisano traduttori dall'italiano in inglese, che nonconosconol'italiano(qualcuno,addirittura, nonemai stato in Italia), e c'e chi pontifica che si pub essere traduttori senza conoscere la lingua dalla quaIe si sta traducendo!

Si, questa ela situazione prevalente, rna non complessiva, che non poche sono Ie eccezioni (dico "eccezioni") rappresentate da scrittori e intellettuali americani, di discendenza italiana, che non si sono contentati di questa "cultura derivata" e hanno sentito l'esigenza profonda di riimpossessarsi degli strumenti linguistici che dopo una generazione 0 due erano stati gradualmente negletti. La vecchia officina si erimessa in moto: gli antichi strumenti dei padri 0 dei nonni sono stati ripuliti, oleati, rimessi in attivita di servizio 0 sostituiti con altri pill agguerriti e aggiornati, non soltanto riimparandone la lingua rna anche Ie funzioni espressive di essa: la letteratura italiana estata affrontata nella sua dizione originale, i capolavori dell'arte rinascimentale italiana (e non pill solo questa) sono stati osservati in presa diretta; si einfine riscoperta (e confrontata) la vita e la societa italiana personalmente, con viaggi frequenti nell'antica madre patria: penso a scrittori come John Fante, Lawrence Ferlinghetti (che pero d'italiano ha ben poco, essendo pill francesi le sue origini), John Ciardi, Felix Stefanile, [erre Mangione, Fred Gardaphe, Anthony Tamburri, Robert Viscusi che sono (stati) dei veri e propri ambasciatori biculturalibivalenti, nonche traduttori reali da una lingua perduta, studiata e infine ritrovata. Casi emblematici: l'irruente, disuguale ma geniale John Ciardi (1916-1986),autore di numerosissimi libri, tra i quali, il primo, Homeward to America (1940), vincitore l'anno precedente del Hopewell Award, implicitamente quanta drammaticamente "mette in rilievo la dicotomia del vecchio e del nuovo mondo, laddove l'America eora la nuova casa" (Jlsets up the dichotomy of the old and the new worlds, where America is now home," Tamburri 1996). A un certo punto Ciardi, scrittore squisitamente americana (e orgoglioso di esserlo), sente irresistibile il desiderio di riappropriarsi della lingua italiana, Lo sforzo e enorme; il risultato complessivo e palpabile sara la traduzione della Divina Commedia (1954), forse a tutt'oggi la migliore traduzione esistente in lingua inglese del poema dantesco. A Ciardi, direttore fra l'altro dell'importante rivista Saturday Review, si puo affiancare Stefanile che pubblico i suoi versi giovanili proprio su questa rivista, Anche Felix (Felice) Stefanile (nato nel 1920), fine anglista e professore emerito della Purdue University, poeta americana tra i piu significativi, s'e gradualmente riavvicinato alIa lingua paterna, con accenti toccanti che fondono-e proprio il caso di dire "felicemente"-una sincera nostalgia (da intendersi non in chiave lamentosa come eavvenuto nella stragrande maggioranza della miriade di poeti e poetucoli italo-americani di cui Ferdinando Alfonsi ha dato cospicuo rna generico esempio (Alfonsi 1985, 1989, 1991, 1994); una nostalgia ch'e storica e culturale, accompagnata da un'acribia filologica e letteraria che l'ha portato a tradurre, con grande finezza ermeneutica, non poca poesia italiana: da Cecco Angiolieri, ai poeti futuristi, a Umberto Saba. Mi piace dare almeno un esempio testuale di questa scrittore il cui lavoro poetico, a differenza di quello piu nota di un Ciardi e di un Ferlinghetti, e tempo che il pubblico italiano conosca. II componimento del quale presto offriro la prima traduzione in italiano s'intitola How I changed My Name (dal volume A Fig Tree in America, 1970).

In Italy a man's name, here a woman's, transliterated so I went to school for seven years, and no one told me different. The teachers hardly cared, and in the class Italian boys who knew me said Felice, although outside they called me fee-LEE..tcahay.

I might have lived, my noun so neutralized, Another seven years, except one day I broke a window like nobody's girl, and the old lady called a cop, whose sass was wonderful when all the neighbors smiled and said that there was no boy named Felice.

And then it was it came on me, my shame, and I stepped up, and told him, and he grinned.

My father paid a quarter for my sin, called me inside to look up in a book that Felix was American for me. A Roman name, I read. And what he said was that no Roman broke a widow's glass, and fanned my little Neapolitan ass.

How I Changed My Name potrebbe considerarsi una poesiamanifesto della letteratura poetica italo-americana. E per molti versi 10 e, in quanta addita a quello che pub ritenersi il problema primario che hanna dovuto affrontare tutti gli scrittori americani di diretta discendenza italiana (nel nostro caso Felix efiglio di Antonio Stefanile, nato a Nola nel 1873 ed emigrato in America giovanissimo; il figlio Felice-alias Felix-nacque nel quartiere del Queens di New York), e cioe quello di un cognome rimasto per necessita italiano, spia linguistica per molti versi "dannosa" se non in alcuni casi discriminatoria rispetto all'ufficialita letteraria americana: penso ai vari Pietro Di Donato, Ierre Mangione, John Ciardi, Felix Stefanile, Robert Viscusi. Si tratta di un problema nominale, solo apparentemente trascurabile rispetto all'effettiva appartenenza linguistica e culturale americana cui questi scrittori possono naturalmente ascriversi, all'interno della quale sono stati educati e della quale sono ben orgogliosi di rappresentare una componente, sia pure "etnica" (ho gia detto che questa e l'attributo dispregiativo talora usato dagli scrittori e intellettuali americani "ufficiali" per ghettizzare una fenomenologia letteraria che pure fa parte a buon diritto della composita facies della letteratura americana). Un clamoroso episodio su tutti, appartenente alla vita letteraria di Ciardi, pub essere preso come valido esempio globale. Lo ricordano Tamburri, Giordano e Cardaphe nell'introduzione all'ottimo volume da loro curato From theMargin (1991), richiamando un incidente in cui incappo Ciardi all'apice della sua carriera di poeta. L'AtlanticMonthly aveva pubblicato una sua poesia nella quale Ciardi faceva riferimento all'Italia fascista di Mussolini. Robert Lowell, concittadino e coetaneo di Ciardi (ambedue nacquero a Boston; il primo nel '17, il secondo nel '16), poeta anche lui sulla cresta dell'onda (eppero con cognome yankee; fine poeta rna pessimo traduttore di Leopardi), lesse la poesia giudicandola (secondo quanta riporta Ciardi):

(...) The best Italian American poem he had ever seen. And thought, "Does this son of a bich think he is more American I am?" Where does he think I was brought up? Because my name is Ciardi, he decided to hyphenate the poem. Had it been a Yankee name, he would have thought, 1/Ah, a scholar who knows about Italy." Sure he made assumption, but I can't grant for a minute that Lowell is any more American than I am. (Tamburri-Giordano-Gardaphe 1991,6-7; Caetura 1986,150)

La citazione su riportata si presta a qualche considerazione, al di la del suo essere self-explanatory. Se da un lato riconfenna, da parte di un poeta come Lowell, un voler prendere ledistanze nei confronti di un suo versatile collega americana (la cui unica "colpa" equella di portare un cognome italiano, e si badi che il fatto etanto piu gravee significativo perche riscontrabile in un poeta come Ciardi, che al tempo in cui pubblica quel testo nell' Atlantic Monthly euno scrittore americano ben noto e apprezzato), dall'altro riconferma-e siamo solo alla prima generazione di italo-americani-lo scollamento socioculturale ormai avvenuto dall'antica Mutterland. Ciardi non ha nemmeno per un momento il dubbio di nonessere cio che la storia letteraria nella quale si e formato gli comandadi essere: uno scrittore americana come altri scrittori americani.

II che porta ad un'altra, e a questa punto ineludibile considerazione teorica preliminare. Ed equesta: non sarebbe ora di chiamare scrittori come Ciardi, Carnevali, Mangione, Rago, Stefanile, ecc. ecc., qualora si volesse per forza mantenere una certa plausibilita "etnica" a quella dicotomia relativa alIa hyphenation (unione di due parole mediante un trattino: italo-americano, ap~unto), semplicemente e pill giustamente scrittori americo-italiani? E una denominazione della quale ho gia accennato in altre occasioni, rna che ora qui esige una concreta e pill esauriente definizione. Definisco scrittori "americoitaliani" (e naturalmente sono ben consapevole dell'inversione sociogrammaticale cui siamo da sempre stati abituati), tutti quegli intellettuali americani di origine italiana della prima e seconda generazione, ossia queIii che hanno per padri ( prima generazione) e per nonni (seconda generazione) parenti italiani nati in Italia, emigrati definitivamente in America. "Americo-italiani" sono dunque da considerarsi tutti quegli americani che, nati in America, sono prima di tutto americani, vivono ed operano perfettamente integrati nel sistema sociale americana e non necessariamente hanno, dell'italiano, una conoscenza diretta della lingua, ne, in parecchi casi, della cultura, se non per loro fortuna orecchiata in casa dai padri e dai nonni, 0, per lora scelta, imparata nelle scuole americane e, successivamente, attraverso viaggi pill 0 meno frequenti, nella loro antica patria d'origine. Questo termine "americo-italiano," insisto su questa punto, va pero applicato soltanto a quegli americani di discendenza italiana di prima e seconda generazione, ossia quando la cultura italiana vissuta fra le mura domestiche possiede ancora un "lievito" originario e una sua attiva riverberazione. Dopo queste due generazioni trovo assolutamente incongruo chiamare italo-americano 0 americo-italiano qualsiasi americano che d'italiano ha, ormai, soltanto il cognome, talora perfino irrimediabilmente storpiato. Euna questione che fra l'altro, pur senza arrivare alIa terminologia da me qui proposta, ha recentemente-dibattuto un poeta e intellettuale americana, Dana Gioia, in un articolo intitolato What is Italian-American Poetry? (Gioia 1993), affermando, giustamente, che se esiste una categoria di "poeti italoamericani," questa eda ritenersi storicamente transitoria all'interno della letteratura americana, e che studiarla con strumenti e criteri di tipo etnico, cosi come si fa ad esempio con la letteratura afro-americana, si commetterebbe un errore metodologico, in quanta I'identita degli scrittori italo-americani e profondamente legata a un problema di storia e non di razza ("The Italian-American writer's identity is rooted in history not race," Gioia 1993, 61). E la storia, a differenza della razza, cammina e si evolve; cosi la storia degli italiani d'America si e andata evolvendo di generazione in generazione, man mana che i legami con I'ltalia si sono andati attenuando, man mana che Ie famiglie dalle varie "piccole italie" (Little Italies) si sono frammentate e sparpagliate un po' ovunque in America, man rnano che i valori culturali sono andati cambiando anche per l'intreccio di matrimoni misti, e l'intermarriage, piuttosto che un eccezione, e finito per diventare una regola.

Converra dunque allo studioso della poesia scritta dagli italiani emigrati in America fare piuttosto, 0 preliminarmente, un lavoro di archeologia letteraria e non di "attualita" 0 semiattualita su poeti ormai americanitzzati). Se proprio si volessero studiare i vari Ciardi, Stefanile, Rago, Ferrini in chiave di letteratura "italo-americana," allora bisognera fare un lavoro lungo e certosino direttamente sui loro testi (e non suI contesto precedente che rischia di diventare solo un ornamento etnico) e verificare, come ho detto all'inizio, quel dovecome-quanto di cultura italiana estata filtrata nelle loro pagine creative. Oiverso invece 10 studio di archelogia letteraria, oramai ineludibile e, direi, eticamente doveroso, in particolare per quei poeti che ancora oggi sono trascurati (Carnevali e Giovannitti in primis) 0 che giacciono nell'oblio pressoche totale; un nome su tutti, su cui mi soffermero piu avanti: Pascal D'Angelo (1894-1932).

Di Carnevali ho gia detto. Va ribadito che la sua lingua espressiva restera esclusivamente l'inglese con tutte Ie implicazioni che la cosa comporta: collaborazioni a riviste di poesia statunitensi; illavoro redazionale svolto all'interno di Poetry (Carnevali fu per un certo tempo "Associate Editor") insieme con l'amata/disprezzata arnica Harriet Monroe, "the saviour of all poets" ("la salvatrice di tutti i poeti," com'egli la definira affettuosamente nella sua autobiografia): Ie frequenti polemiche e i frequenti scambi epistolari con scrittori americani; un volume autobiografico uscito postumo a cura di Kay Boyle (The Autobiography of Emanuel Carnevali, New York, Horizon Press, 1987), il suo quasi regolare inserimento nei manuali di storia della poesia americana a partire, stante quanto ha scritto una studiosa in un saggio su Giovannitti, saggio per altro alquanto sgangherato (Tedeschini Lalli 1986), fin dal1914 (sic)-l'anno stesso della sua emigrazione negli Stati Uniti!-in A History of American Poetry, volume di cui la Tedeschini Lalli non riporta nemmeno il nome del curatore, che e James D. Hart. Si tratta ovviamente di un errore che va rettificato spostando la data di pubblicazione al 1941 (II edizione 1948). Ma anche altri volumi, a tale proposito, andrebbero ricordati nei quali sia Carnevali sia Giovannitti compaiono regolarmente (Kunitz 1942; Benet1948;Hine-Parisi1978;si vedalamia appendicebibliografica).

Va inoltre osservato, ancora a proposito del Carnevali, che una volta rientrato in Italia (1922), egli continuera a scrivere prevalentemente in inglese (rna malato com'era i suoi scritti saranno sempre pill sporadici), mantenendo a lungo i contatti con gli amici scrittori americani.

Pill articolato e complesso il caso di Giovannitti (Campobasso 1884-New York 1959) suI cui lavoro letterario molto poco estato finora scritto dai nostri critici (tra gli altri: J. Tusiani 1976, 1988; R. Lalli 1981; e il gia citato, discutibile saggio, tra l'altro pieno di refusi, della

B. Tedeschini Lalli del 1986). II caso di questo poeta, che nella densa selva dei numerosi poetitini) nostalgici/lamentosi della prima ondata migratoria e forse destinato a rimanere il miglior scrittore italoamericano, si presenta assai diverso da quello di un Carnevali. Ma oggi come oggi Giovannitti in America non 10 ricorda quasi pill nessuno come poeta; la sua memoria eesclusivamente legata aIle drammatiche lotte sindacali degli anni Dieci e Venti, "grazie" aIle quali Giovannitti rischio la sedia elettrica, salvandosi in extremis con una celeberrima Autodifesa che turbo e incanto giudice e giuria, e sulla quale, anni dopo, ritornera Prezzolini in un articoletto tra il serio e l'ironico/snobistico (II Tempo, 10 maggio 1964). A differenza del Carnevali, Giovannitti, pur impadronendosi magnificamente dell'inglese -e in inglese erinvenibile il corpus maggiore del suo lavoro poetico (Collected Poems, Chicago, E. Clemente, 1962, poi ristampato dalla Arno Press di New York neI1975)-, non dimentichera mai l'italiano, lingua nella quale continuera a scrivere fino agli ultimi anni della sua vita (tenera e memorabile la sua Nenia sannita), 0 traducendo poesie da lui gia scritte in inglese 0 scrivendone delle nuove, a dimostrazione di un perfetto bilinguismo che manco al Carnevali.

Ovviamente non ho la possibilita, in questa sede, di soffennarmi sulla poesia di Giovannitti, dal momento che questo studio, come ho annunciato all'inizio. intende solo porre alcune questioni metodologiche di base. Ma l'appuntamento e solo rimandato. Qui yarra la pena ribadire che e tempo che la poesia di Giovannitti, sganciata dalI'aureola mitizzante che ne ha fornito la (scarsa) critica su di lui oggi disponibile, venga studiata in tutte Ie sue valenze tematiche e stilistiche; ad esempio, quanta c'e ancora, nei suoi versi laici e al contempo messianici, di eredita ottocentesca (carducciana, in particolare, e dei veristi tardo-ottocenteschi) e quanta delle appassionate battaglie politiche (si veda, tra gli altri, il testa da lui scritto nella prigione di Lawrence, Massachusettes, come Introduzione al volume Sabotage del socialista Pouget (Emile Pouget 1913, 11-36) e il coevo lavoro dei "romantici ribelli" gravitanti attorno a The Masses, la rivista socialistarivoluzionaria americana di quegli anni Dieci che sembra fare da controcanto alIa piu cauta e perbenista Poetry di Harriet Monroe, influenzarono il suo lavoro di poeta-politico militante e i suoi versi grondanti di febbrile esaltazione, cost come la troviamo in magmatici poemetti come New YorkandI ,0 nel celeberrimo The Walker, scritto in prigione nel 1912, ch'e a tutt'oggi considerato il suo capolavoro politico/pojetico, tradotto in tutte le maggiori lingue e inserito gia all'altezza del 1919 nell'antologia Modern American Poetry a cura di Louis Untermeyer.

E, sempre in questa ricerca archeologica, andra infine recuperato i1 lavoro di Pascal (Pasquale) D'Angelo (1894-1932). Vorrei concludere riassumendo le pagine, praticamente le uniche tra quelle scritte in questi ultimi anni, che a questa poeta di origine abruzzese, emigrato in America nel 1910, hanno dedicato recentemente [erre Mangione e Ben Morreale in La Storia (New York, Harper, 1992).

Emigrato dalI'Abruzzo all'eta di sedici anni, Pasquale (Pascal) si trove a fare i piu svariati mestieri, vivendo in un carro merci e intanto imparando, da autodidatta, I'inglese con l'aiuto di un dizionarietto tascabile e sviluppando una forte passione poetica. Nel '19 abbandona illavoro e si trasferisce a New York, deciso a fare solo 10 scrittore. Ma gli inizi sono difficili, praticamente proibitivi; i suo scritti respinti sistematicamente sia da riviste americane sia da giornali italiani. Per risparmiare i pochi denari che gli restano va a vivere a Brooklyn dove prende in affitto una cameretta fatiscente, senza cucina e senza riscaldamento. Nei giorni piu crudi d'inverno rimane a letto per tenersi caldo; da mangiare: un semplice pezzo di pane che, quando pub, intinge in una minestra fredda, e, qualche volta, una banana annerita. Intanto frequenta assiduamente la biblioteca pubblica, mentre i suoi scritti continuano a essere respinti. La situazione si fa tragica. Un giorno-siamo nel gelido inverno del '22-rientrando nella sua cameretta la trova invasa di ghiaccio e neve (alcuni ragazzi del vicinato hanno forzato la finestra portandogli via un paio di pantaloni e i1 po' di biancheria che possiede): carte, libri e letto bagnati d'acqua gelida. Pascal resiste anche a questa ennesima sciagura; manda infine una lettera a Carl Van Doren, direttore di The Nation, un documento estremo e vibrante scritto con la forza della disperazione; una lettera che eessa stessa una poesia. Van Doren ne eprofondamente colpito. Avviene il miracolo. Improvvisamente, grazie anche all'intervento del Van Doren, le poesie di Pascal D'Angelo vengono ospitate nelle migliori riviste; il suo nome e la sua incredibile storia prende a circolare sui giornali; il suo lavoro riconosciuto. Quando due anni dopo pubblica il volume autobiografico A Son of Italy (1924), con I'Introduzione di Carl Van Doren, questa viene recensito sul New York Times Book Review. Eil momenta piu alto della sua carriera di scrittore, rna Pascal, ingenuo e idealista com'e, non sa trarne gli opportuni vantaggi. Pochi anni dopo s'ammala e muore in estrema solitudine e poverta all'eta di 38 anni (1932). Funerali e sepoltura vengono pagati da amici e ammiratori. II suo nome e la sua opera cade rapidamente nell'oblio. A tutt'oggi (sono trascorsi oltre sessant'anni dalla sua morte) i suoi scritti non sono ancora stati raccolti in un libro, il suo nome del tutto scomparso da qualsiasi elenco 0 manuale 0 indice 0 dizionario letterario americano.

Mangione e Morreale nelloro libro citano un componimento, senza titolo, di Pascal D'Angelo. Non ne viene fornita la fonte. Epossibile, pero, che i due studiosi l'abbiano tratto da una di quelle riviste su cui D'Angelo tra il '22 e il '24 pubblico le sue poesie. Mi fa piacere presentarlo in questa saggio, in attesa che qualche studioso di letteratura americana si decida a recuperare tutti i testi di Pascal e affidarli a un libro compiuto.

In the dark verdure of summer The railroad tracks are like the chords of a lyre gleaming across the dreaming valley, And the road crosses them like a flash of lightning. But the souls of many who speed like music on the melodious heart-strings of the valley, Are dim with storms; And the soul of a farm lad who plods, whistling, on the lightning road Is a bright blue sky. (Mangione 1992,358-59)

II caso di Pascal d'Angelo, la cui storia sopra compendiata rischia di sembrare-me ne rendo conto-un film strappacuore 0 un romanzo lacrimoso da poeta scapigliato 0 crepuscolare, e. invece, drammaticamente esemplare e forse perfino "giustificabile" dati i tempi, Ie discriminazioni xenofobe e Ie tante difficolta di vario genere che i nostri connazionali patirono all'inizio di questa secolo. Cio che non egiustificabile el'incredibile, lungo silenzio in cui scrittori come D'Angelo 0 Giovannitti sono sprofondati dopo la loro morte. La cosa e tanto piu inammissibile se a dimenticarli sono anche gli stessi italoamericani d'oggi, tra i quali-e questo egrave, rna per fortuna non sono molti-ei sono anche scrittori e intellettuali che amano qualificarsi come tali (cioe "italo-americani"). In questo caso ignoranza e silenzio diventano imbarazzanti e inaccettabili.

Mi chiedo: epossibile che il silenzio sia dovuto "anche" a una certa volonta da parte di chi, raggiunto ormai benessere e prestigio sociale, vuole dimenticare scrittori che testimoniarono coi loro scritti la piu squallida miseria dei nostri emigranti, e con essa Ie sofferenze, Ie speranze '("il Sol dell'Avvenire"), i sacrifici e il dolore che essi patirono: tutte cose che, insomma, emeglio dimenticare? Cancellarli dalla memoria significa, psicologicamente, cancellare anche Ie pagine su cui furono scritte quelle sofferenze.

11 compito di uno studioso di letteratura italo-americana non sara, allora, innanzi tutto, proprio quello di stanaredall'oblio questi scrittori? E, prima di disquisire sulle tematiche e sugli aspetti "etnici," . stilistici, interdisciplinari ed ermeneutici dell'attuale fenomenolgia letteraria, non fara bene ad avviare un sistematico lavoro di archeologia (e giustizia) letteraria?

Con il tempo in cui viviamo, un tempo che oggi ha fretta di bruciare se stesso, il passato non va seppellito, rna, se mai, riesaminato, soprattutto ove sia stato ingiustamente cancellato, non solo per salvarne la validita letteraria e la memoria rna perche queste possano arricchire (e non impoverire) il nostro volatile presente.

LUIGI FONTANELLA

SUNY-Stony Brook

NOTE

lQuesto studio rappresenta la versione ampliata e aggiomata di un mio intervento tenuto presso l'Istituto Universitario "Suor Orsola Benincasa" di Napoli it 28 novembre 1996.

OPERE CITATE

Questa rassegna contiene, in ordine alfabetico, Ie fonti biobliografiche relative ai riferimenti critici posti in parentesi nel corso di questo saggio. Per una piu ampia bibliografia sull'esperienza culturale italo-americana e americo-italiana, rimando a queUe contenute nei volumi a cura di A. J. Tamburri-P. A. Giordano-F. L. Gardaphe, From the Margin. Writings in Italian Americana (West Lafayette, IN: Purdue UP, 1991) 431-52 e J. Mangione-B. Morreale, La Storia. Five Centuries ofthe Italian American Experience (New York: Harper Perennial, 1993) 463-94. Colgo l'occasione per ringraziare vivamente, per alcuni soccorsi bibliografici, gli amici Paolo Giordano, Michael Palma e Anthony J. Tamburri.

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