In Memoriam: Enrico De Negri (1902-1990)

by Gustavo Costa
Citation
Title:
In Memoriam: Enrico De Negri (1902-1990)
Author:
Gustavo Costa
Year: 
1991
Publication: 
Italica
Volume: 
68
Issue: 
3
Start Page: 
7
End Page: 
10
Publisher: 
Language: 
English
URL: 
Select license: 
Select License
DOI: 
PMID: 
ISSN: 
Abstract:

In Memoriam

ENRICODENEGRI
( 1902-1990)

I1 16 luglio 1990 si è spento a Pisa Enrico De Negri, uno dei più distinti intellettuali italiani, il cui nome è strettamente legato all'ateneo di Berkeley, dove insegnò, in qualità di professore d'italiano, dal 196 1 al 197 1. La sua per- dita ha colpito dolorosamente i suoi colleghi ed allievi non solo di Berkeley, ma anche di altre università americane ed europee, che avevano incontrato in lui un raro esempio di docente e ricercatore onesto e solido, disponibile per sincera vocazione all'approccio interdisciplinare e ricco di esperienze in- ternazionali.

Nato ad Apuania (Carrara], da Averardo ed Eunice Baini, il 22 agosto 1902, De Negri conseguì la Laurea in Filosofia presso l'università di Pisa nel 1924, il Diploma della Scuola Normale Superiore nel 1926 e la Libera Docenza nel 1933. Fu Lettore d'Italiano presso l'università di Colonia negli anni 1926- 1938; varie volte Incaricato di Filosofia Morale presso l'università di Pisa fra il 1934 e il 1950; Visiting Professor (Gastprofessor] presso l'università di Praga negli anni fatali 1938- 1943; ed Incaricato di Filosofia Moderna presso l'università di Firenze nel 1944-1945. L'America, dove si era recato fin dagli anni 1926-1938 per tenere dei corsi estivi presso la Columbia University di New York, lo attirò nel travagliato dopoguerra. Dopo aver insegnato a vari titoli presso la Columbia University, la Freie Universitat di Berlino e Prince- ton University, approdò al Dipartimento d'Italiano di Berkeley, dove rimase dal 1961 al 1971, quando venne nominato Ordinario di Filosofia della Storia presso l'università di Roma ("La Sapienza"). Dal 1977 si era ritirato dall'in- segnamento, ma, negli anni successivi, non aveva abbandonato gli studi pre- diletti di filosofia e letteratura. Fu Guggenheim Fellow (1953) e membro del- llInstitute for Advanced Study di Princeton (19561957).

Rievocare la ricca e multiforme carriera intellettuale di De Negri significa anzitutto prendere atto della sua funzione dirompente nell'ambito dell'idea- lismo italiano della prima metà del Novecento. Soccorre in proposito un vo- lume abbastanza recente, dal titolo altamente significativo, che è stato pub- blicato sotto gli auspici del Consiglio Nazionale delle Ricerche: Stefania Pietroforte, Enrico De Negri, hegelista non hegeliano, Prefazione di Gennaro Sasso, Roma: Arsenale Editrice, 1986. Come osserva giustamente Sasso nella prefazione, De Negri occupa, insieme a Carlo Antoni e Luigi Scaravelli, un posto importante nella cultura filosofica italiana, germogliata dall'incontro e dallo scontro fra Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Senza tener conto di De Negri, non si può intendere appieno una stagione cruciale della vita in- tellettuale italiana, i cui addentellati investono non solo il campo filosofico, ma anche quello letterario. Nato originariamente come tesi di Laurea dell1I- stituto di Filosofia dell'ateneo romano, il lavoro della Pietroforte identifica il problema centrale, intorno a cui ruotò, nell'arco di un quarantennio, il tra- vaglio filosofico di De Negri: quello della Sostanza, intesa come Essere de- terminato, in polemica con l'Essere indeterminato, da cui Hegel fa scaturire

viii ENRICODE NEGRI

la Dialettica. Guidati dalla Pietroforte, siamo ormai in grado di comprendere ed apprezzare l'arduo cammino del filosofo De Negri, a cominciare dai suoi primi libri, La crisi del positivismo nella filosofia della immanenza (Firenze: Vallecchi, 1929) e La metafisica di Bernardino Varisco (Firenze: Vallecchi, 1929). In questi lavori, De Negri sottoponeva alla sua critica corrosiva le idee di eminenti vositivisti, attivi in Germania e in Italia, rivelando il suo inte- resse per il della sintesi. Subito dopo questo brillante esordio, si col- loca l'opera che segna una svolta decisiva, in senso hegeliano, della carriera intellettuale di De Negri: La nascita della dialettica hegeliana (Firenze: Val- lecchi, 1930). Questo libro, in cui viene sottolineata la sostanziale fedeltà di Hegel ai suoi scritti giovanili, e pertanto deve considerarsi un contributo alla loro riscoperta, è la matrice di tutti i lavori successivi di De Negri, fra i quali è doveroso ricordare Attualismo e metafisica (Pisa: Nistri-Lischi, 1940), Interpretazione di Hegel (Firenze: Sansoni, 1942; 2" ed. riveduta e accresciuta, 19691,Iprincipi di Hegel (Firenze: La Nuova Italia, 1949; ristampa anastatica,

1974) e La teologia di Lutero, Rivelazione e Dialettica (Firenze: La Nuova Italia, 1967; traduzione tedesca: Offenbarung und Dialektik: Luthers Real- theologie, Darmstadt: Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1975), per non parlare della esemplare traduzione di un libro fondamentale come la Phanomenologie des Geistes (G. W. F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, Firenze: La Nuova Italia, 1933; 2" ed. interamente rifatta, 1960).

Chi voglia farsi una idea di prima mano dell'impatto che gli studi hegeliani di De Negri ebbero nel mondo filosofico italiano degli anni ~uaranta, non deve fare altro che rileggere la approfondita analisi della Interpretazione,pubblicata da Sofia Vanni Rovighi: "È stato più volte osservato che tanti anni di hegelismo imperante nella cultura italiana non sono valsi a darci una buona monografia su Hegel: uno studio, voglio dire, che non si proponesse di discu- tere e di superare un determinato punto del sistema hegeliano, ma desse una interpretazione del pensiero hegeliano nel suo complesso. Ora l'abbiamo: e per opera di uno che non si professa hegeliano, ma che aveva, per riuscire in questo arduo compito, una preparazione non comune" (S. Vanni Rovighi, "In- terpretazione di Hegel", Rivista di filosofia neo-scolastica, XXXVII [1945], 50). La Vanni Rovighi affermava che i capitoli sulla Phanomenologie sono "veramente superiori ad ogni elogio", e concludeva con la constatazione che la estrema ricchezza di motivi culturali del pensiero di Hegel può apprezzarsi meglio nella lucida analisi del non hegeliano De Negri che nelle "esaltazioni dei discepoli" (ivi, 54 e 56). Naturalmente un elogio di questo tipo non poteva piacere ai seguaci di Croce o Gentile, che facevano il buono e il cattivo tempo nelle università italiane. Di qui l'incomprensione (oggi comica) di un hegeliano a prova di bomba come Guido De Ruggiero che credeva di rawisare in De Negri "un larvato scetticismo e una certa indifferenza verso il conte- nuto delle sue ricerche" (G. De Ruggiero, Storia della Filosofia, Parte quarta, La Filosofia moderna, V, G. G. F. Hegel, Bari: Laterza, 1948, 289). In realtà, gli studi hegeliani di De Negri rappresentavano un radicale rinnovamento della prospettiva storiografica, analogo a quello effettuato in Francia da Jean Wahl(1888-1974) e da Jean Hyppolite (1907-1968). Purtroppo la cultura ita- liana non seppe trarre dai suggerimenti di De Negri il profitto che la cultura francese trasse dai suggerimenti di Wahl e di Hyppolite, e preferì rimanere fedele a un hegelismo antiquato, salvo ad accantonarlo più tardi per accettare acriticamente la filosofia francese, nutrita dei succhi vitali della Phanomenologie, già messi in luce da De Negri.

Oltre alla filosofia, De Negri coltivò l'italianistica. Sarebbe ingenuo sup- porre che lo facesse per motivi d'ordine pratico. Misurarsi con Croce e Gen- tile, che furono entrambi cultori di letteratura italiana oltreché filosofi, signi- ficava anche riprendere in considerazione la nostra tradizione letteraria a prescindere dagli schemi idealistici imperanti. Come era risalito alla teologia luterana e al suo sostrato patristico per capire le origini della Dialettica di He- gel, così De Negri ebbe il merito di proporre, insieme a critici come Alfredo Schiaffini e Vittore Branca, una valutazione dei grandi testi medievali alla luce dell'agiografia e della teologia, mettendo in soffitta le interpretazioni ec- cessivamente laiche di stampo risorgimentale. Alcuni fra i più significativi contributi d'italianistica, in cui De Negri manifestava indirettamente quella preoccupazione per la concretezza che aveva sempre guidato la sua carriera di filosofo, si possono leggere nel volume intitolato giustamente Tra filosofia e letteratura (Napoli: Morano, 1983). Vi si trovano ristampati importanti saggi sul nostro Medioevo, come "Una leggenda nuova" (147-691, "L'Inferno di Dante e la teologia penitenziale" (171-210), che dovrebbe sempre essere citato accanto all'articolo "Dante's Firm Foot and the Journey without a Guide" di John Freccero (riproposto in Dante: The Poetics of Conversion, Cambridge, Mass.-London: Harvard U.P., 1986, 29-54), e "Lo stile leggenda- rio del Decamerone" (21 1-47). Altri saggi di De Negri sono dedicati a Poli- ziano, Machiavelli, Vico e Foscolo. Questi lavori non sfuggirono ai lettori più avveduti che non mancarono di farne tesoro. Basti vedere l'autorevole Bibliografia vichiana di Croce, dove "La logica della necessità e l'estetica della libertà del Foscolo" (ora in Tra filosofia e letteratura, 315-73) è menzionato a proposito dei rapporti fra Foscolo e Vincenzo Cuoco (B. Croce, Bibliografia vichiana, accresciuta e rielaborata da F. Nicolini, Napoli: Ric- ciardi, 1947-1948, I, 427), mentre "Principi e popoli in Machiavelli e Vico" (ora in Tra filosofia eletteratura, 279-313) viene così valutato in una sezione sui rapporti fra Machiavelli e Vico: "il tema è trattato da Enrico De Negri . . . nell'importante studio Principi e popoli . . .nel quale, pure non velandosi ta- lune divergenze tra i due pensatori, il Segretario fiorentino è presentato giu- stamente come colui che più d'una volta preannunzia o precorre il filosofo napoletano, non senza che si notino parecchie evidenti derivazioni del se- condo dal primo" (B. Croce, Bibliografia vichiana, 11, 861-62).

Qualsiasi profilo di De Negri non può dare la minima idea delle singolari qualità che costituivano la sua potente individualità umana: dal suo carattere estroso (gli andava a pennello il motto bruniano: In tristitia hilaris, in hilaritate tristis) alla inconfondibile signorilità del tratto (la sua famiglia era ascritta fin dal Settecento alla nobiltà austriaca), accompagnata da una sprez- zatura così rara presso l'aristocrazia spuria; dalla sua giocosa convivialità alla sua affascinante conversazione, che poteva toccare episodi e personalità di primo piano del Novecento italiano, come il Futurismo, che aveva attirato la sua curiosità giovanile, o la celebre scuola di Enrico Fermi, di cui conobbe da vicino vari esponenti, a cominciare dal compianto Emilio Segrè, Premio Nobel di Fisica e docente a Berkeley. Tutto questo è irreparabilmente per- duto, e ci colma di rimpianto. Ma resta l'opera di De Negri, della quale nessun intellettuale serio (filosofo o italianista che sia) può permettersi di fare a meno.

Gustavo Costa

Comments
  • Recommend Us