La rappresentazione dell'anoressia nel discorso medico e nei testi di Alessandra Arachi, Nadia Fusini e Sandra Petrignani

by Grazia Menechella
Citation
Title:
La rappresentazione dell'anoressia nel discorso medico e nei testi di Alessandra Arachi, Nadia Fusini e Sandra Petrignani
Author:
Grazia Menechella
Year: 
2001
Publication: 
Italica
Volume: 
78
Issue: 
3
Start Page: 
387
End Page: 
409
Publisher: 
Language: 
English
URL: 
Select license: 
Select License
DOI: 
PMID: 
ISSN: 
Abstract:

La rappresentazione del l 'anoressia nel discorso medico e nei testi di Alessandra Arachi, Nadia Fusini e Sandra Petrignani

Introduzione 'analisi di Gian-Paolo Biasin sulla malattia nella letteratura moderna

e contemporanea può essere estesa all'anoressia:

Disease, far from being a simple aspect of reality, is an integra1 element of a given histoncal and social strutture taken into consideration by liter- ature; therefore, disease often becomes a point of view, an instrument of knowledge and of totalizing judgement for an author. (24)

La malattia mentale è stata letta spesso come un simbolo di oppressione patriarcale o come un simbolo di protesta sociale -in questo caso la malattia mentale avrebbe un valore sovversivo. Anche l'anoressia può trovare collocazione in questa bipolarità ma l'origine "multifattoriale" e le diverse rappresentazioni della malattia invitano ad un discorso più complesso: più che spiegare, si ipotizzerà una lettura della rappresen- tazione della malattia (e le coincidenze o distanze dal discorso medico) e della sua valenza metaforica.

Definizione e storia dell'anoressia

Anoressia deriva dal greco anorexia: an (mancanza, assenza di) e orexis (appetito) ed indica comunemente un disturbo alimentare dovuto al rifiuto di ingerire cibo. La malattia ha diversi sintomi e manifestazioni che si fanno rientrare in due categorie: 1)anoressia restrittiva: si ridu- cono i pasti e la quantità di cibo e si aumenta l'attività fisica; 2) bulirnia: si aumenta eccessivamente la quantità di cibo ingerito per poi eliminarlo con vomito autoindotto, lassativi e diuretici. Nell'anamnesi dell'anores- sica e della bulimica si riscontrano: dimagrimento, debolezza, pallore, tachicardia, squilibri ormonali; nella fase cronica (secondo il quadro di Kwashirkor) si riscontrano: problemi alla pelle, denti, capelli, fegato, cuore e reni. Si considerano diversi fattori concorrenti allo scatenamento della malattia: fattori soggettivi (quadro psicosomatico), familiari (disfun- zione o trauma in famiglia) e socioculturali (interiorizzazione del "regime" sociale).

La storia dell'anoressia inevitabilmente si accompagna alla storia del cibo costringendoci a riflettere sulla funzione materiale e simbolica del

ITALICA Volume 78 Number 3 (2001)

cibo nella cultura e società nel corso dei secoli. I1 grasso ed il corpo grasso hanno una connotazione positiva almeno fino al XVIII secolo; Montanari spiega:

I1 valore della magrezza, collegato a quelli della rapidità, della produt- tività, dell'efficienza, sembra proporsi come nuovo modello estetico e culturale solo nel corso del Settecento, ad opera di quei gruppi sociali in prevalenza, ma non solo, borghesi -che si oppongono al "vecchio ordine" in nome di nuove ideologie e di nuove ipotesi politiche. . . . I1 puritanesimo ottocentesco rilancerà l'immagine di un corpo magro, snello, produttivo: il corpo borghese, che 'si sacrifica' per la produzione di beni e di ricchezza. (206-08)

L'anoressia "religiosa" delle sante dal XII al XVII secolo va distinta dall'anoressia "laica" ovvero l'anoressia mentale; tra l'anoressia santa e mentale ci sono dei tratti comuhi nella patologia ma molte differenze a livello contestuale (Bel1 20-21; Brumberg 42).l La mutazione della connotazione "grasso" /"magrof'2 e la natura "mentale" dell'anoressia moderna (XIX-XX secolo) ci spingono a separare il digiuno delle sante dall'anoressia mentale.

Sir William Gull, nel 1873, in Inghilterra, legge pubblicamente un saggio dal titolo "Anorexia Hysterica" -saggio poi pubblicato con il titolo "Anorexia Nervosa" (Brumberg 118). Negli stessi anni, Charles Lasègue, un neurologo francese, pubblica dei casi medici di anoressiche usando ancora il termine isteria, precisamente "anoressia isterica" ("anoxerie hystériqueU).3 È da sottolineare che l'anoressia era inclusa nella sintomatologia dell'istena -come in alcuni casi clinici di Charcot; essa si presentava, insomma, più come un sintomo di altre malattie che come una malattia ~pecifica.~

Secondo Freud, l'assenza di appetito nelle anoressiche è sintomo di assenza di appetito sessuale (siamo nel 1895);

Freud's reading of anorexia nervosa as a neurotic behavior that expressed undeveloped or repressed sexuality was grounded in his important con- cept of conversion hysteria -that is, that chronic emotional conflicts can be transformed into physical symptoms. In Freudian theory both body and mind were affected by unexpressed emotions. . . . Freud's idea that anorexia nervosa was related to unresolved issues of sexuality was pio- neering: no one before him had explicitly put together anorexia and sex. (Brumberg 214)

Nel discorso medico alla fine dell'800, le anoressiche sono adolescenti terrorizzate all'idea di crescere cioè di diventare donne e vivono le tra- sformazioni del corpo (mestruazioni, comparsa del seno e peli pubici) come esperienze traumatiche e sconcertanti (Schwartz 433). All'inizio del '900 è diffusa la teoria che l'anoressia sia dovuta ad una disfunzione della ghiandola endocrina e che quindi vada curata fisiologicamente; questa teoria viene superata negli anni trenta dalla teoria che si tratta di una malattia mentale la cui causa scatenante risiede nella sfera sessuale. Negli anni settanta, negli Stati Uniti, Hilde Bruch impone la sua teoria, poi generalmente accettata, secondo cui la malattia non è relegata alla sfera sessuale ma a quella psicologica; I'anoressia è, cioè, sintomo di una disfunzione familiare. In Italia, la psicoanalista Selvini Palazzoli giunge a conclusioni simili. Nell'edizione dell'Anoressia mentale del 1963, Selvini Palazzoli spiega la malattia in termini psicoanalitici e sugge- risce come cura la terapia individuale. Nell'edizione del 1981, la psico- analista rivede sia le cause che la cura: il disturbo viene spiegato soprat- tutto nelle dinamiche familiari (non si esclude anche il peso della società) e si invita ad intervenire terapeuticamente nella famiglia.

Oggi, in Italia e in altri paesi (Germania, Francia, Inghilterra, Giap- pone, Russia, USA, Svezia, ecc.), l'anoressia è ~n'epidemia.~

Diversi studiosi hanno indagato il rapporto donne-cibo per cercare una risposta alla diffusione dell'anoressia tra le donne.6 Una possibile risposta viene data da Manton: "women lost touch with the positive elements of food; food now became the enemy for some women" (88) mentre Ellmann afferma: "Food is the prototype of al1 exchanges with the other, be they verbal, financial, or erotic" (112).

La definizione dell'isteria come sintomo culturale di ansia e stress (Showalter 1997,9) crediamo si possa usare transitivamente anche per l'anoressia. La disfunzione non è individuale o familiare ma sociale. Secondo MacSween, il corpo anoressico problematizza l'identità ses- suale che la società le ha assegnato:

In anorexia women take gender-neutra1 individuality senously, working with the social constructions of feminine desire and the feminine body in an attempt to construct an anorexic body which resolves gender contra- dictions in being truly neutral. . . . The anorexic "solution," however, is an indirect and individualized response to a social issue. (MacSween 4)

MacSween critica le teorie di Bruch e Selvini Palazzoli perché limitano l'anoressia allo spazio individuo-famiglia. I1 limite e il pericolo delle teorie di Bruch e Selvini Palazzoli sarebbero, per MacSween, nell'indi- viduare il problema fondamentalmente nel rapporto madre-figlia, dove in genere ciò significa che la figlia è anoressica perché la madre creando l'ossessione di un corpo magro, essendo troppo rigida, o non comunicando -è stata una cattiva madre.7

Studiosi da più campi -psichiatria, psicologia, sociologia, critica femminista -da circa venti anni scrivono sull'argomento offrendo diverse interpretazioni della malattia.8 Si è pubblicato e si continua a pubblicare così tanto che il dibattito sull'anoressia ha assunto dimen- sioni epidemiche (Ellmann 23); come dice Morag MacSween, "anorexia has risen from its psychiatric obscurity to take its place in 'tabloidese"' (1).In ambito di critica letteraria il vivace dibattito sul corpo ha coin- volto anche il corpo anoressico; nelle parole di Ellmann: "the theoriza- tion of the body has become the academic version of the 'workout"' (3).

Rappresentazione e funzione dellanorescia

L'anoressia sembra sfuggire ad una definizione definitiva (è questo ma anche altro) e forse proprio per questo motivo c'è una prolifera- zione di studi nel campo scientifico, letterario e critico -a cui anche noi partecipiamo -che cerca di svelare il mistero, l'enigma del disturbo. I discorsi da (e fra) le diverse discipline si incontrano e si confondono; cadono i confini fra i diversi campi e nascono nuove modalità di scrit- tura e nuovi generi. L'anoressia non è solo un tema nuovo nella lettera- tura contemporanea; è un tema che costringe l'autore a rivedere il genere del testo. L'anoressia moderna ci fa rivedere il digiuno ascetico di Santa Caterina (Bell); ci fa vedere in nuova luce il digiuno e l'anoressia in Balzac, Flaubert, Goncourt, Maupassant (McEachern); ci fa porre delle domande su fenomeni molto diversi: "The New Veiling Phenomenon is it an Anorexic Equivalent?" (Nasser 1999); il sospetto che alcuni scrit- tori, come Kafka e Woolf, fossero anoressici ci fa ripensare la loro opera (Fichter, Glenny, Ellmann); Clarissa anoressica spiega l'intento di Richardson (Frega, Ellmann).

Nel mondo occidentale sono numerosissimi i testi autobiografici -o che usano il genere autobiografia -in cui si narra la storia della propria malattia (il testo di Arachi rientra in questa categoria), numerosi i testi narrativi in cui l'anoressia è l'aspetto tematico dominante (i testi di Fusini e Petrignani rientrano in questo genere), sempre più numerosi i testi di critica letteraria, medicina, sociologia in cui il discorso teorico, critico e scientifico ha matrice biografica (malattie di pazienti) o auto- biografica (la propria malattia).

I1 corpo malato viene diagnosticato, studiato, letto dai medici ma non sempre il corpo malato è visibile a tutti (può cioè essere letto da tutti); il corpo anoressico è un testo visibile: l'anoressica usa il corpo per iscri- vere un messaggio da leggere. La riflessione di Starobinski sul rapporto isteria/ scrittura: il corpo isterico è l'ultimo luogo di espressione umana non contaminato da cliché (citato in Ender 285), vale anche per il rap- porto anoressia/scrittura. Agli spettatori/lettori del corpo anoressico il compito di decifrare, decostruire e partecipare alla ricostruzione del testo. Orbach riflette sul messaggio iscritto nel corpo anoressico:

Che has agreed to take up only a little space in the world, but at the same time, her body evokes immense interest on the part of others and she becomes the object of their attention. Her invisibility screams out. (Orbach 30)

Shute conclude il suo romanzo con riflessioni sul rapporto corpolidentità:

I thought the body could be redesigned as a perfect, self-sufficient machine. But the more I denied it, the louder it cried. The more I reduced it, the less I found. The more I wasted it, the more space it claimed, unti1 my whole mind was under occupation. Don't say "I have a body," Suzanne tells me: say "I am a body." I can't do that yet. But if it were true, if I were a body, what would I be? (Shute 230)

I1 testo scritto dall'anoressica sembra ripetere e riprendere anche dopo la guarigione questa necessità di essere lette. The Art of Starvation (1981) di Sheila MacLeod è un riuscitissimo libro in cui un'attenta ana- lisi del fenomeno si accompagna ali'indagine e descrizione del proprio disturbo. Lo stile scientifico (impersonale) dello studio deve dare spazio alla sfera soggettiva; citiamo dall'introduzione:

I have decided to meet the phenomenon in meeting my former self and attempting to reca11 what was actually going on before the onset of the disease and during the time that it was taking its course. I was trying to resolve something, trying to prove something and, through the language of my symptoms, to say something. Whether che knows it or not, and however obliquely metaphorical the language of her symptoms may appear, the anorexic is trying to te11 us something, and something quite specific about herselfand the context in which she exists. We know, from the outside, that it is something of tremendous importance because some anorexics would rather die than stop saying it. . . . After a brief outline of the documented history of the disease, I should like to explore and try to explain, from the inside, what I believe this something to be. (MacLeod xi; corsivo mio)

Sandra Heater nel racconto autobiografico, Am I still visible?, non solo spiega la sua patologia con il discorso medico sull'argomento ma raf- forza l'autorità medica nella cornice del testo includendo la prefazione di un esperto e un capitolo sulla storia, teorie e terapie della malattia. Susan Bordo, un'autorità sull'argomento nel campo di studi femmi- nisti, nella prefazione al saggio "Psychopathology as the Crystalli- zation of Culture" ci spiega come è nato l'interesse e poi l'ossessione per lo studio dell'anoressia; anche qui, biografismo ed autobiografismo entrano nel discorso critico/ teorico:

In 1983, preparing to teach an interdisciplinary course called "Gender, Culture, and Experience," I felt the need for a topic that would enable me to bring feminist theory alive for a generation of students that seemed increasingly suspicious of feminism. My sister, Binnie Klein, who is a therapist, suggested that I have my class read Kim Chernin's The Obsession: Reflections on the Tyranny of Slenderness. . . . But my own dis- ordered relations with food had never reached the point of anorexia or bulimia, and I was not prepared for the discovery that large numbers of my students were starving, binging, purging, and filled with self-hatred and desperation. I began to read everything I could find on eating dis- orders. (Bordo 1997,226)

La storica Joan Jacobs Brumberg, nell'introduzione allo studio Fasting Girls: The History of Anorexia Nervosa, informa immediatamente di non essere anoressica né di avere una figlia anoressica: "I am not a recov- ered anorectic nor am I the mother of an anorexic daughter" (Brumberg 1).I1 poeta inglese Philip Gross è, invece, il padre di un'anoressica. La raccolta di poesie The Wasting Game rappresenta sia il punto di vista della figlia che del padre e raffigura dialogicamente lo spazio e lo strazio di entrambi. "Visiting Persephone" (che apre il volume) ci presenta l'esperienza del padre:

Can you picture hirn / going down to see her, fitting in / with the difficult visiting times? 1 He was her father, after all. / But to enter that dark, 1 that mould and mouldering, his power / and glory threatening to wink out / like a fused bulb with a pinging whine / would tax a better god than him. / She is yellowish pale this week / with a drained look, no pink but some flesh scars on her arm, / the others aged to shrivelled plum. / She has keelhauled herself by inches / or been crawling down narrowing / ducts of slime and shale. / Some days she hardly greets him / and her silence is a waiting room / where he sits and is not called for, / feeling younger than she is, learning / to make out the shapes in her gloom. / . . . (Gross 9)

La bocca più di tutto mi piacma non viene definito romanzo autobio- grafico ma si gioca con il genere dato che il nome della protagonista, Nadia, coincide con il nome della scrittrice, Nadia Fusini. Briciole. Storia di un'anoressia non è dichiaratamente autobiografico (terza persona, nome proprio diverso) ma nello stile, tono e struttura attinge al genere autobiografico. I1 tema rappresenta il pretesto narrativo: non si raccon- terà la storia di Elena, la protagonista, ma la storia della malattia. Testi come Briciole attingono a diversi generi: romanzo, autobiografia, diario, trattato medico. È possibile individuare delle caratteristiche comuni: 1) le storie sono narrate in prima o terza persona; 2) la prosa è asciutta e colloquiale; 3) la trama coincide con lo svolgimento cronologico della malattia; 4) c'è un messaggio chiaro e forte sull'intensità della malattia; 5) il discorso medico (manuali, terapeuti) e lo spazio medico (studio, clinica) si alternano alla voce e allo spazio del soggetto; 6) il cibo (com- prato, cucinato, ingerito, vomitato) viene descritto nei particolari (quan- tità, odore, colore, sapore); 7) la conclusione coincide con la guarigione. In Italia, ci sono due testi noti che precedono Briciole: Unafame da morire (1992) di Gianna Schelotto, psicologa e scrittrice, che narra la storia di pazienti anoressicheg e Tutto il pane del mondo (1990) di Fabiola De Clercq, fondatrice dell'Associazione per lo studio e la ricerca suli'anoressia, la bulimia e i disordini alimentari, che narra, dieci anni dopo la guarigione, la storia delle sue malattie (anoressia e bulimia).lO Briciole ci sembra di peculiare interesse a livello stilistico, contenutistico e metaforico in particolare ci intriga il profilo della protagonista e il dialogo con il discorso medico.

Alessandra Arachi: Briciole. Storia di un'anoressia (1994)ll

Elena, la protagonista di Briciole. Storia di un'anoressia, è una ragazza "normale": proviene da una famiglia borghese, frequenta il liceo, ha un guardaroba all'ultima moda, ha amici con cui gioca a pallacanestro e con cui va al bar:

Le scarpe dovevano essere Adidas da ginnastica, quelle con tre strisce blu oblique sui lati. L'orlo dei pantaloni talmente stretto che il piede doveva passarci soltanto in verticale. Per il resto bastava che i vestiti avessero firme e marchi un po' ovunque e dentro al bar Giovanni si poteva entrare senza dar troppe spiegazioni. Come eravamo? Normali. (9; corsivo mio)

L'anoressia e bulimia di Elena sono chiaramente segni del rifiuto del modello di vita imposto dalla famiglia e dalla società. I1 profilo di Elena, ragazza borghese "normale" come soggetto "a rischio," è da manuale medico. Anche l'inizio della malattia è da manuale. Elena segue una dieta dimagrante "normale" e a questa succede la bulimia. I1 primo vomito consiste di tre polpette al sugo. I1 sugo, trasformato in "liquido rosso," ci rimanda all'immagine del sangue e anticipa la violenza del vomito:

Di nuovo infilai l'indice e il medio, con rabbia. E questa volta le mie dita tirarono fuori un liquido rosso: il sugo veniva giù insieme all'acqua. Per vomitare la carne ci vollero una decina di contrazioni dello stomaco, forti, secche. Le stimolavo convinta: se la bocca dello stomaco si era aperta per far scendere il cibo doveva aprirsi anche per farlo tornare su. Non immaginavo che sarebbe successo con tanta violenza. Le polpette arri- varono tutte insieme ed esplosero nel water, sul pavimento, persino sul muro. Avevo vinto io. (12)

Se le tre polpette simboleggiano la cucina della mamma italiana, il loro vomito simboleggia il rifiuto della madre. Nelle descrizioni dei vomiti successivi si nota sia il senso liberatori0 che il dolore.12 Descri- zioni dettagliate del cibo e del rifiuto di esso sono frequenti;13

In meno di un mese il mio cervello riuscì a trasformare un pezzo di pane in un dannoso concentrato di zuccheri, l'olio in un accumulo irrecupera- bile di grassi. Diffidavo di qualsiasi cosa commestibile, ma riservavo al cibo tutti i pensieri della mia giornata. (11)

Avevo concesso al cibo di arrivare a venti grammi al giorno nello stomaco. Venti grammi di mozzarella o prosciutto cotto, la domenica mezzo cuc- chiaino di gelato alla crema. Mi sembrava una buona dieta di manteni- mento. (21)

Rifiutare di ingerire il cibo non significa che non si pensi al cibo, anzi; nonostante il rifiuto di ingerire cibo, Elena è ossessionata dal pen- siero del cibo, consulta libri di ricette, cucina e costringe gli altri a man- giare. Questa pratica è frequente nel quadro diagnostico dell'anoressica; in Elena:

Più che mai in questi giorni godevo a guardare gli altri mangiare. Quando tornavo a casa mi mettevo davanti ai fornelli e cucinavo per ore piatti elaborati, ricchissimi di calorie. Mi rigiravo il cibo davanti agli occhi e tra le mani e lo sistemavo con cura nei vassoi. Obbligavo chiunque mi stesse vicino a mandar giù tutto fino all'ultima briciola. Io non leccavo nemmeno un cucchiaio per sbaglio. (24)

In Am Istill visible?,Heater descrive e spiega la sua ossessione:

While the anorexic al1 but refuses to eat, che becomes obsessed with food and cookbooks. It is a great vicarious pleasure to concoct rich dishes for others to eat. Recipes become fascinating, and the ultimate in interesting reading are calorie-counting booklets. (82)

I1 desiderio di un corpo magro è desiderio di differenziarsi dalla madre owero di non avere il corpo della madre. Avendo procreato, il corpo della madre è pieno, grasso, rotondo. I1 corpo ideale, da contrapporre a quello della madre, è magro, infantile, piatto, maschile. I1 corpo anores- sico diventa un mezzo per stabilire una distanza dagli altri;

The anorexic body has been likened to the pencil-thin sculptures of Gia- commetti, with their strange isolation, their paradoxically heightened self-definition through their minima1 consumption of space, their impres- sion of distance, their intrinsic visualizability from afar. (Gordon 68)

I1 corpo anoressico di Elena (diverso, disadorno, lucido) è segno di supe- riorità nei confronti della mediocre famiglia, delle frivole coetanee e della stupida massa:

Due, tre ore di sonno poi la sveglia di mia madre mi riportava tra gli esseri umani che, pensavo, vivono in tre dimensioni per mangiare, dormire, scopare. Non potevo essere come loro. (19)

Qualche minuto prima della campanella di fine lezioni, rimmel, rossetti e fiocchi per capelli svolazzavano nei bagni e tra i banchi delle ultime file della classe. Avevo osservato in silenzio per molti quadrimestri i volti delle mie compagne che si coloravano di smorfiette e cosmetici, inca- pace di fare come loro. Adesso, invece, le ignoravo avvolta nel maglione sempre troppo cupo, largo e senza forma. Anzi le guardavo con supe- riorità mentre riempivano il cortile di risate ali'uscita di scuola. (37)

I1 corpo magro, maschile, senza frivolezze si fa contenitore di un mes- saggio al mondo: il corpo anoressico di Elena diventa il testo che gli altri leggeranno. L'anoressica comunica attraverso il proprio corpo: "Her body is a statement about her and the world and her statement about her position in the world. . . . Che speaks with her body" (Orbach 75).

I1 rapporto con la propria femminilità è ambiguo e problematico. Lo stato mentale e fisico dell'anoressia dà uno stato di ebbrezza e di potere ma, nonostante ciò, nelle esperienze sessuali, come donna, Elena si sente un fallimento:

Ero convinta che l'avventura non avesse funzionato a causa mia, per la mia mancanza di fascino, la mia femminilità ormai definitivamente compromessa. Dopo quasi un anno e mezzo di assenza, il ciclo mestruale era ricomparso soltanto grazie a bombe di ormoni. (46)14

Si libera subito del peso della verginità e poi si dà masochisticamente alla ricerca di sesso. La fase di sesso ossessivo coincide con la fase bulimica: due eccessi vissuti masochisticamente martoriando il corpo. In termini freudiani, l'assenza di appetito per il cibo è dovuta all'assenza di appetito sessuale. È indiscussa una relazione fra i due appetiti anche se non neces- sariamente la mancanza di appetito sessuale è la causa dell'anoressia. Nella sfera sessuale qui riscontriamo confusione, inadequamento, fru- strazione, bisogno di affetto. Diventerà moglie, sposando un ragazzo "normale" che piace ai genitori ma anche con lui il sesso non sarà mai piacevole: "Del resto non si accorgeva nemmeno che tutti i sabati sera uscivo dal suo letto per vomitare anche la saliva dopo un amplesso, troppo impegnato ad incensare le sue prestazioni sessuali" (54). I1 doppio vomito (dopo aver consumato cibo e sesso) esprime in maniera drammatica il rifiuto di entrambi gli appetiti (oltre a confermare lo stretto legame fra i due) ed assume il valore simbolico di vomito della propria condizione "in quanto donna."l5 I1 matrimonio, come la vita in famiglia, sarà fatta di menzogne e sotterfugi, come fa un drogato o un alcolizzato, per poter nascondere le abbuffate e vomitate ma anche per procurarsi i soldi per il cibo. Elena trascina la malattia dallo spazio domestico allo spazio medico senza trovare una cura o un senso nel quotidiano. Le terapie mediche vengono viste con sospetto e descritte con sarcasmo:

Lo psichiatra fu una psichiatra. Non sorrideva mai, parlava con tante pause e la voce flautata. . . . Un'ora di chiacchiere, mie, qualche domanda, sua. Quarantacinquemila lire. Arrivederci alla prossima volta. (33)

E le dissi che ero cosciente del valore di una terapia, che conoscevo i principi della psicanalisi, ne comprendevo l'importanza e il valore e che proprio per questo sapevo che la psicanalisi non poteva servire per me, non in quel modo, non in quel momento, non in quella situazione. La dottoressa, senza ribattere, annotò qualcosa su un quaderno. Le erano bastate le mie spiegazioni. (34)

Passai quaranta giorni in clinica per una terapia dal nome altisonante: programma di modificazione comportamentale. (58)

I1 discorso medico viene però riconosciuto come autoritario e si intreccia al discorso narrativo. Nelle prime pagine, la storia di Elena ci viene presentata come "una storia da manuale" dove "per trovarne una simile basta aprire un libro di medicina moderna" (7)e ci viene poi "spiegata" dai libri di psichiatria (22). L'autorità del discorso medico non viene messa in discussione; Elena, anzi, segue, il percorso della sua malattia nei manuali medici:

"Le anoressiche fanno di tutto per essere come credono che gli altri le desiderino," c'è scritto nei libri di psichiatria. Io continuavo a seguire riga per riga quei manuali, inconsapevole, pensando di essere unica con il mio male. (47)

Se da una parte si riconosce l'autorità del discorso medico, dall'altra parte si fa l'esperienza del peso dello stesso discorso e dell'inutilità delle sue terapie mediche. Nel penultimo capitoletto, leggiamo:

Ormai lo sapevo: quelle visite sarebbero diventate quattro sedute a setti- mana per almeno due, tre se non addirittura, quattro o cinque anni. . . . E mi ero convinta che la psicanalisi non avrebbe potuto fare niente per me. Rivolevo Massimiliano. Volevo essere bella come Sofia Loren. Intelligente come Maria Curie. Famosa come Bruce Springsteen. Volevo indietro i diciannove anni di Saverio. Cosa poteva darmi di tutto questo quell'inutile lettino anatomico del dottor Costantino Bricaro? (93)

Rina, una dietologa amica della madre con cui Elena ha un rapporto di intimità e complicità, suggerisce l'uso di un quaderno. Mettere giù, sulla pagina e nello stomaco, le minime quantità della dieta quotidiana aiuta Elena a superare la malattia. La scrittura ha dunque funzione curativa (l'uso di un diario sembra efficace in molte terapie) e Briciole, in quanto testo autobiografico e quindi documento del superamento della malattia, sembra ulteriormente avvalorare la funzione terapeutica della scrittura.

Nadia Fusini: La bocca più di tutto mi piaceva (1996)16

La bocca più di tutto mi piaceva di Nadia Fusini è un testo molto più complesso ma anche qui il piacere del corpo anoressico è dato dal desi- derio di non crescere, di non diventare donna: "quello che voglio è non sembrare una donna. Mi strapperei a morsi quel lieve accenno di seno che mi sta comparendo sul petto" (130).17

Malinconica già da piccola, Nadia è legatissima al padre che è Angelo di nome e di fatto. I1 padre è aperto, socievole, anticonformista, comu- nista, passionale; e ride, balla, bacia. I1 nome Nadia è stato scelto dal padre perché è un nome russo; nome di cui la madre si vergogna (fa dire alla bambina di chiamarsi Grazia quando il prete le chiede come si

chiama). La madre è rigidissima, cattolica, malinconica, malata. Per com- plicazioni durante il parto di Nadia, la madre è stata "per mesi e mesi" gravissimamente malata e a causa di questa malattia ha poi avuto sem- pre terribili emicranie (anche se forse si tratta di una malattia psicoso- matica); inoltre, per le spese mediche subite, nel futuro, la famiglia si troverà in ristrettezze economiche. Nadia si sente responsabile e la famiglia partecipa nel rinnovamento del senso di colpa -infatti, sia la madre che il fratello le ricorderanno la sua colpa:

Io credo che mi desse la colpa della malattia della mamma. Diceva sei tu che l'hai fatta ammalare. Per guarirla hanno dovuto vendere la casa, per colpa tua siamo diventati poveri. Ed era proprio arrabbiato, ed io non sapevo che dire. Perché effettivamente era stato così. Era proprio vero.

(45)
Del resto, diceva la mamma, fin da quando ero nata l'avevo fatta amma-

lare, che quasi era morta. Era un miracolo che fosse viva, e tutto per
colpa mia, perché nascendo le avevo portato delle febbri misteriose. (17)

La madre non ha mai una carezza o una parola dolce per Nadia; è sempre preoccupata dei soldi, preoccupata di avere la simpatia del prete (che fa venire di nascosto a benedire la casa), preoccupata quando il marito, dopo i fatti d'Ungheria, ne1 '56, strappa la tessera del partito comunista. La madre ha evidentemente timore dell'autorità; anche se la guerra è finita, vede pericoli dappertutto. I1 padre continua a "pensare di testa sua" e sarà in disaccordo con gli altri compagni, tanto che abban- donerà il partito, mentre la madre ha interiorizzato il timore dell'autorità e a sua volta impone la sua autorità in casa con regole e divieti. Nadia non vuole, però, accettare l'invito alla sottomissione. I1 rifiuto della madre è tutt'uno con il rifiuto della passività che la madre simbolicamente e let- teralmente rappresenta:

Vuoi con le minacce, vuoi con l'educazione la mamma voleva convin- cerci tutti che la vera virtù era la sottomissione: sottomettere e domare era il suo scopo; mentre il babbo diceva no, bisogna amare la libertà del prossimo, anche dei figli, e la disobbedienza non sempre è un'audacia empia e maledetta. . . . La mamma non voleva insegnarmi a pensare come faceva il babbo, ma a vivere, e cioè a essere come lei. Ma mentre lei insegnava e io ascoltavo, nell'anima mi si accumulavano altri senti- menti, nuovi, diversi da quelli che lei inculcava, e senza che potessi farci niente mi maturava dentro, nascosta, una forza potente, che mi portava a rovesciare tutto quello che lei diceva. (83)

Nadia ricorda il piacere di essere in braccio al padre a contatto con il suo corpo avvolgente, caldo, protettivo; non ci sono ricordi simili della madre -delle mani della madre non ricorda carezze ma schiaffi:

La dottoressa mi chiede sempre se mia madre non mi teneva anche lei, e perché non mi ricordo di quello. Io non lo so perché, ma quello non me

lo ricordo. Invece mi ricordo delle mani di lei enormi, quando colpen-

domi le guance mi incendiavano il volto. (43)

La mamma nei miei ricordi non sta mai ferma un momento, non ha mai tempo per le cose secondo lei non necessarie come baciare, fare una carezza, raccontare una storia. L'ho detto alla dottoressa: mi dava sem- pre e soltanto dei comandi. Non mi spiegava niente, ma mi imponeva il suo stato d'allarme: tutto, diceva, è pericolo. (111)

L'importanza dell'immagine della bocca è suggerita nell'epitesto, nel titolo del romanzo, e confermata nel testo. È la bocca della madre che più di tutto le piaceva, una bocca che però non la baciava:

Di' grazie, diceva sempre la mamma: il babbo no, anche quando mi por- tava un regalo, il babbo diceva dammi un bacio, e io gli saltavo al collo: un bacio era più bello di grazie. (16)

Ma della mamma soprattutto mi piaceva la bocca larga, ben disegnata, i denti bianchissimi. Perché mi piacesse tanto quella bocca grande, in mezzo al viso dagli zigomi pronunciati, non so; ma è il tratto del volto che più mi incantava; eppure la mamma con quella bocca non mi baciava mai. (41)

La bocca della madre tanto è negata e tanto è desiderata. I1 desiderio della bocca della madre ha connotazione erotica:

La bocca più di tutto mi piaceva. Osservo sempre con attenzione la bocca: della zia, della mamma, di Rosalia, di chiunque mi interessi conoscere. La più attraente per me è quella della mamma, perché è lunga e il disegno delle labbra netto, ben profilato, e il colore rosso senza rossetto. Inoltre, sul labbro di sopra a sinistra, vicino a dove il profilo delle labbra si alza e poi di nuovo si abbassa e c'è quel piccolo incavo al centro, proprio sotto al naso, la mamma ha un neo che ammalia lo sguardo. Si desidera sfo- gliarlo appena, anche solo con gli occhi, ma sfugge quando la bocca si apre al movimento. Perché la bocca non è soltanto la bellezza del disegno; una bocca è bella quando si muove, sorride, canta. Ma la bocca della mamma è quasi sempre serrata; la mamma non è allegra, è riservata. (67; corsivo mio)

I manuali medici dicono che l'anoressica ha fame di affetto: sembra essere il caso di Nadia. La bocca di Nadia resta chiusa al cibo che la madre insiste che lei ingerisca:

. . . il vero amore era quello del babbo che amava e basta. I1 babbo non faceva mai i ricatti. I1 babbo sapeva che il vero nutrimento sono le

parole, le carezze, non il cibo che la mamma cucina e pretende che io mangi. La mia fame, lei non capisce, è una fame diversa. (125)

Bisogna fare un passo indietro per capire la fame di Nadia. C'è stato un altro periodo della sua vita in cui Nadia ha digiunato: alla nascita. La madre per un neonato è il cibo ma non per Nadia. Dato che la madre è assente per complicazioni dopo il parto, le zie scelgono varie balie per l'allattamento che vengono rifiutate "perché povere di latte e di carezze" (18). Sarà il padre a trovare una soluzione miracolosa e cioè una capra il cui latte soddisferà Nadia "e così la bocca non fu più lo sfogo di un implacabile dolore, ma l'orlo sensibile di un pozzo di piacere" (18). I1 trauma della privazione di allora è rimasto:

. ..non ricordo parole, ma sensazioni; ricordo il liquido che mi entrava dentro lo stomaco, ed era amaro, e ricordo dei suoni, le mie stesse urla, l'eco delle urla e del pianto nel cervello, quello mi è rimasto. Come nello stomaco non s'è cancellato il crampo di dolore di fame di allora. (24; corsivo mio)

Il trauma di allora si ripete adesso nell'anoressia:

Non mangio perché non voglio mangiare, non perché non ho fame. Anzi, a volte ho tanta fame che mi fa male lo stomaco. Ma mi sono ormai così abituata a questi crampi lunghi, penosi, che a sentirli crescere dentro lo stomaco provo uno strano piacere . . . sì l'ho detto alla dottoressa che secondo me sono gli stessi dolori di quando ero piccola e non volevo il latte della balia. .. . (23)

La fame di Nadia (di cibo e affetto ovvero latte e carezze materne) non sarà mai placata. In termini freudiani, il cannibalismo della fase orale del bambino, che si identifica con gli oggetti desiderati e li incor- pora cannibalisticamente in sè, qui viene compromesso dalle privazioni subite generando un disturbo psichico. Come sottolineato da Ellmann, la più ricca teoria psicoanalitica postfreudiana sull'ingerimento viene offerta da Melanie Klein:

Since the mouth is where he [the infant] has imbibed his mother's milk, it is mainly through this orifice that he partakes of his imaginary banquet. But his whole body, with al1 its senses and funtions, participates in his incorporation of the cosmos: he drink it with his eyes, eats it with his ears, and sucks it through his very fingertips. The traces of this infantile cannibalism resurface in our language: the object of desire, for example, is comrnonly described as "appetizing," "dishy," "sweet," or even "good enough to eat," corroborating Freud's idea that the cannibal "only devours people of whom he is fond." (Elimann 40)

La più ricca teoria psicoanalitica postkleiniana sull'anoressia viene offerta da Mara Selvini Palazzoli. La sua teoria si basa sul meccanismo di introiezione di un "oggetto cattivo" elaborato da Klein: l'anoressica avrebbe incorporato la madre (l'"oggetto cattivo") con caratteristiche negative e di conseguenza combattere la madre comporta combattere il proprio corpo (Selvini Palazzoli 1963).

La privazione del latte materno e di un contatto fisico con il corpo materno si traducono nell'implacabile bisogno di essere baciata dalla bocca della madre. Lo spazio che circonda Nadia è pieno di "bocche" pericolose ad eccezione di una sorgente che invece di inghiottire versa (come il seno di una madre che nutre il neonato):

E a dire il vero la sorgente era particolarmente beila: una bocca che versava senza mai smettere, nascosta in un piccolo anfratto verde, un verde scuro contro la roccia bluastra. Mentre appena più in là si apriva l'altra bocca, quella sì spaventosa, della miniera grande. (100-01; corsivo mio)

Non mi piacevano le grotte; lì dentro nel buio non ci volevo stare, mi pareva che m'aurebbe inghiottito. (102; corsivo mio)

Sembrava che la guerra non fosse finita, che da un'imboscata potessero ancora sbucare fuori i Tedeschi o i fascisti. E io potessi cadere nel tranello, precipitare in bocca a loro. (111; corsivo mio)

La bocche che inghiottono e in cui si precipita sottolineano il pericolo di essere ingeriti, cannibalizzati. La bocca è un luogo di trapasso perico- loso; bisogna evitare di entrare nelle altre bocche ma anche di far entrare cibo nella bocca.18 Nadia si relaziona alla realtà tramite la sua bocca; una bocca che si rifiuta di mangiare, di ingerire. Scrive MacSween:

In anorexia the experience of feminine bodily openness is centred on the mouth. Not eating forms a barrier between the anorexic self and the threatening world against which the open feminine body has no defences. Not eating deconstructs feminine responsiveness; it protects against the invasion which threatens to annihilate the self. (249)

I1 rapporto di soddisfazione erotica cercato con la madre si realizza nel rapporto con il padre. Questo rapporto intenso dura finché Nadia è bambina perché, divenuta grande, bisogna smettere di fare "certi giochi" (anche qui è innegabile una connotazione erotica): ". . .il babbo non mi ha più preso in braccio. Ha detto che ero cresciuta, sei troppo grande adesso . . .ha ripetuto quelle parole odiose: ora sei grande, non devi fare certi giochi con gli uomini, neanche col babbo" (25).Il corpo anoressico è bello perché è leggero, infantile ed asessuato. Nadia dimagrendo, rinuncia a crescere, a diventare grande e spera di regredire verso l'infanzia -è ben contenta di veder scomparire il ciclo mestruale, primo segno del corpo adulto di donna: "Se soffro la fame, è per questo: perché voglio frenare ogni sviluppo del corpo, voglio semmai che il mio corpo deperisca, che la carne si sciolga, che trionfi lo scheletro" (129). Se il padre l'allontana perché è grande, la soluzione potrebbe essere diventare leggera come la bambina di una volta: "Ma a me piace essere leggera, mi piacerebbe volare, come quando col babbo ballavamo, e lui mi sollevava tra le braccia" (24). I1 padre si ammala e muore e quindi Nadia, nonostante la sua leggerezza, non potrà mai più rivivere il piacere infantile del contatto fisico con il padre (120). Dopo la morte del padre, Nadia desi- dera morire, diventar fantasma (i fantasmi sono leggeri) e così seguire il padre. Non morirà. Si fiderà di un medico che ha gli occhi malin- conici come quelli del padre e si lascerà curare da lui. Due mesi in ospedale a contatto con dolore, malattia e morte di altre donne ripor- tano Nadia in vita.19 In questa seconda vita, Nadia si rende conto che sua madre è vittima della Storia e della società; e quando comprende perché sua madre è così, riesce finalmente ad amarla:

.. . ora sì la amo e la comprendo e non è tardi, non è troppo tardi, e questa è la grazia che mi è stata concessa, mi sono accorta in tempo che posso amare ciò che ho odiato, e l'odio è stato prima un dolore forte dentro e tutto intorno al cuore, poi è diventato amore e ora io amo, ora so fare ciò che prima non sapevo. (142-43)

Anche questa storia dunque finisce "bene" e finisce bene perché si ri- solveilrapporto con la madre. Ilrapporto madre-figlia crediamo sia centrale in entrambi i testi analizzati soprattutto per la "diagnosi" dell'anoressia. In Briciole, il corpo anoressico è il corpo ideale da contrapporre a quello della madre; la vita ideale non è una vita da madre. La nemica da combattere non è la madre ma la sua immagine e il suo molo nella famiglia e nel sociale. In La bocca più di tutto mi piaceva, capire la madre significa capire la repressione sessuale, il trauma della guerra, le difficoltà economiche del dopoguerra, il peso del cattolicesimo, il terrore del partito comunista ma anche quel mancato rapporto affettivo-nutritivo alla nascita. Entrambi i testi, e l'anoressia, si spiegano nel rapporto in famiglia: Briciole nel rap- porto madre-figlia, La bocca più di tutto mi piaceva nella triade padre-madre- figlia.ZO Capire la madre, e finalmente amarla, risolve il conflitto interiore e la malattia. La malattia rappresenta una metafora del corpo testuale (con una specifica funzione nello svolgimento della stona) ed una metafora del corpo anoressico traumatizzato da assenze.

Sandra Petrignani: "Lo schiaffo, " "Poche storie. " (1993)21

"Potenziali assassine, anoressiche e autodistruttive: storie di donne quasi normali" informa il sintetico risvolto di copertina. La raccolta di racconti Poche storie è infatti popolato di donne nevrotiche, ansiose, allucinate. In due racconti, "Lo schiaffo" e "Poche storie," il primo e l'ultimo della raccolta, le protagoniste hanno disturbi alimentari. Questa ripetizione tematica e la collocazione spaziale dei due racconti a mo' di cornice fa certo parte di un progetto testuale. "Lo schiaffo," il racconto che apre la raccolta, è la storia di uno schiaffo. Una bambina "che vomi- tava sempre, così gracile, inerme" vive in modo traumatico uno schiaffo apparentemente insignificante:

Un episodio minimo, uno dei tanti nella vita. Uno schiaffo, un semplice, stupido, rapido schiaffo. Da piccoli succedono tante cose, uno ha l'impressione che non succeda niente e invece succedono tante cose. I1 tempo sembrava non passare mai, era lunghissimo, come nel chiuso di una prigione. Laggiù, in quel carcere, stanno tutte le ragioni, tutte le promesse, le maledizioni. Se oggi sei una squilibrata, là è la radice. E sei una squilibrata in vari sensi, forse in tutti i sensi possibili. Instabile, dis- sennata, scriteriata, sgangherata, mentecatta, pazzoide, anormale. Così il vocabolario. Alla lettera: uno squilibrato è chi cade da tutte le parti. Ed è un selvaggio. Eri una selvaggia da piccola tu? . . . Macchè selvaggia, piuttosto eri la selvaggina. I1 punto è che da lì fai decorrere i primi conati di vomito, schifosi angeli custodi della tua infanzia. (11)

Luciano, un attendente del padre, è la persona responsabile della sua instabilità mentale. Adulta, "quasi normale," ossessionata dal ricordo dello schiaffo ("Lo schiaffo aveva preso un posto centrale nei tuoi pen- sieri," 15), la nostra protagonista rintraccia Luciano per avere una spie- gazione dello schiaffo e scopre che quello schiaffo ha traumatizzato anche lui:

Anche lui ha continuato a pensare a quello schiaffo. Lui così mite, perché ha fatto una cosa del genere? Mai ha osato picchiare i suoi figli. Quando era sul punto di alzare la mano su di loro ricordava quel giorno, quella bambina che canticchiava allegra e gli dava sui nervi, la figlia del padrone, e il braccio gli ricadeva molle lungo il fianco. E i suoi figli, così, sono cresciuti viziati, non lo considerano niente, nemmeno la moglie gli riconosce autorità. Di lui si approfittano tutti. È un fallito. (16)

L'incontro tra i due (e il racconto) si chiude con un vomito di lei che contagia gli altri presenti e diventa così un vomito collettivo:

Ti è cresciuta dentro la nausea, di quelle irrefrenabili che lentamente s'alzano come un'onda del mare invadendo lo stomaco con un movi- mento oscillante e poi salgono lungo l'esofago e poi finalmente invadono la bocca e una spinta feroce ti fa piegare in due, ti sferza una volta, due volte, tre, quattro, cinque, sei. I1 pavimento del bar tutto sporco, l'odore acido che contagia i presenti, tutti sono presi da conati di vomito guardandoti. Tutti, il meccanico, il cameriere, la cassiera e tre ragazze che stavano entrando, tutti vomitano sul pavimento. (17)

Non ci sono dubbi, però, sulla funzione liberatoria di questo vomito e del benefico effetto terapeutico per lei e per tutti:

E ti viene da ridere con la bocca imbrattata e un sapore fetido che ti ustiona la gola. Vedendoti ridere, Luciano si rasserena. . . . Si mette a

cantare. O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao. Canta come un pazzo, a squarciagola. E tutti si consolano. I1 cameriere sparge segatura come un seminatore. La cassiera fa trillare la cassa. I ragazzi si awici- nano al banco e ordinano da bere. (17)22

Anche in "Poche storie" un'esperienza traumatica provoca un disturbo alimentare ed, anche qui, un confronto tra il proprio trauma e quello dell'interlocutore, ovvero finalmente "parlare" del trauma, permette la risoluzione del problema. L'anoressia-bulimia della protagonista di "Poche storie" deriva da un grave senso di colpa per aver abortito.23 Ad una festa, dopo aver ascoltato la storia di un signore che ha ucciso un bambino facendo retromarcia, è particolarmente sconvolta:

In bagno mi liberai del poco che avevo mangiato e come sempre inorri- divo della trasformazione schifosa cui il cibo era stato sottoposto. Mi tornavano in mente tutte le mie colpe, i miei personali omicidi, i miei aborti, mi riconobbi madre assassina dei suoi figli. Ricordai la sonda rumorosa che entrava ad aspirare un abbozzo di corpo, che strappava una voce -io la sentivo bene -, una voce agonizzante, un respiro affievolito. Ma non potevo permettermi la devastazione di un parto io che non sapevo sfamare neanche me stessa e che avevo con la mia carne questo difficile rapporto. Detestavo quell'uomo e il suo racconto, . . . la sua magrezza tanto simile alla mia. Eppure per tutta la sera desiderai avvicinarlo. (168-69; corsivo mio)

C'è una certa attrazione tra l'uomo e la donna; conversano e quando lui le confessa che il bambino dell'incidente era suo figlio lei si riconosce nello stesso senso di colpa. Trovare un'anima gemella (anche se fonda- mentalmente nel senso di colpa) ha una funzione liberatona ed euforica tanto che ad entrambi, finalmente, si apre lo stomaco:

Da quella sera ho ripreso miracolosamente a mangiare, ho potuto masti- care senza sentire la gola chiudersi in una morsa, ho cominciato ad apprezzare i diversi sapori, ho smesso di pensarmi colpevole per i figli che non ho fatto nascere, per il sangue sparso sul lenzuolino del gineco- logo. (170)

I1 ritorno al cibo rappresenta il superamento della crisi (superamento del lutto) ed il ritorno alla realtà. Anche Niobe, leggiamo in chiusura, dopo aver pianto per nove giorni per la morte di tutti i suoi figli, al decimo, dopo averli seppelliti, pensò al cibo "perché si era stancata di piangere" (170); e così, questa nuova coppia, armata di forchette, si prepara a degustare un pezzo di Mont Blanc.

Conclusione

Le diverse teorie sull'origine e sulla cura ideale della malattia si rispec- chiano nei testi letterari. Il letterario attinge dunque al discorso di altre scienze e discipline ma non si tratta di un percorso a senso unico. Nel nostro caso, ad esempio, la rappresentazione "da manuale" dell'anoressia in Briciole di Arachi ci rimanda al discorso medico odierno mentre una interpretazione psicoanalitica dell'anoressia nel romanzo di Fusini ci invita ad una lettura psicoanalitica del testo. Le violenze subite sul proprio corpo (uno schiaffo ed un aborto) spiegano i disturbi alimentari delle protagoniste di Petrignani: il corpo ha ricevuto il trauma ed il corpo "organizza" una risposta. I1 cibo, in questi testi, non è mai solo nutri- mento; il cibo è ingerimento, soddisfazione o privazione, mediazione tra il dentro e il fuori del corpo (esso rende coscienti dei confini del corpo), mediazione con il sociale (la prima mediazione è con la madre), premio

o punizione, linguaggio.

I testi narrativi esaminati sono molto diversi tra loro ma in tutti l'anoressia viene curata. Non sempre così nella realtà. Che il mondo della finzione letteraria sia più ottimista del mondo reale? Si potrebbe suggerire che la scrittura ha in questi testi una funzione documentaria, di denuncia di una condizione di sofferenza e che il lieto fine sia una metafora della "vittoria" di queste donne anoressiche "quasi normali." I1 corpo traumatizzato dell'anoressica è un'allegorica immagine di un mondo traumatizzante. I1 corpo dell'anoressica diventa palcoscenico su cui mettere in scena il dramma vissuto. Narrare dell'anoressia, nei testi analizzati, è narrare il trauma vissuto dalle protagoniste. Come acuta- mente osserva Susan Bordo, l'anoressia è una patologia di protesta femminile in cui si ha l'illusione di avere un controllo totale sul proprio corpo (Bordo 100; Caminero-Santangelo 3-4). I1 corpo anoressico è un manifesto di protesta e di forte affermazione del soggetto contro il mondo di cui, paradossalmente, è il prodotto.

Ciò che accomuna i testi narrativi esaminati è l'impotenza dell'anoressica a controllare la realtà: non potendo controllare la realtà, l'anoressica controlla ossessivamente il proprio corpo. Le nostre prota- goniste si sentono inadeguate, incomprese ed impotenti nello spazio in cui vivono (per le condizioni familiari-sociali o per un trauma) e "deci- dono" di esercitare tutto il loro potere nel controllo del proprio corpo.

I1 corpo anoressico è un corpo scomodo; per usare una frase di Schwartz: "Such bodies may be houses but they are not homes" (452). Per le anoressiche, superare la malattia significa "tornare a casa," ritro- vare se stesse; la felice risoluzione dei testi narrativi analizzati è la nar- razione di questo ritorno e ritrovamento.

GRAZIA MENECHELLA

University of WisconsinlMadison

NOTE

l~ull'anoressia religiosa, si vedano Bell, Brumberg, Bynum e Counihan 1999 (93- 112). Sull'isteria religiosa da Santa Teresa alle protagoniste fogazzariane e dannun- ziane si veda Mazzoni.

2~econdoNaomi Wolf il corpo magro non è richiesto da un'estetica soggettiva ma sociale: il corpo magro a cui la donna aspira non deriva dall'ossessione di essere bella ma di obbedire ad un mito sociale (187).

3~anoressia "nervosa" implica una disfunzione del sistema nervoso e potrebbe riguardare sia donne che uomini mentre l'anoressia "isterica" per il rimando etimo- logico all'utero si connota come malattia delle donne (Brumberg 119-20).

4~uanoressia/isteria nel discorso medico e in letteratura, si veda Showalter: "Nervous Women" (121-44) in The Female Malady; sulle differenze tra sitofobia nel XIX e anoressia nel XX secolo si veda Van Deth-Vandereycken; sul digiuno nel corso dei secoli e l'anoressia moderna si veda Bemporad.

5~ulla difksione di disturbi alimentari nel mondo occidentale e orientale, si veda Nasser: Culture and Weight Consciousness; in particolare il capitolo "The Emergence of Eating Disorders in Other Cultures/Societies" (24-60). Crediamo sia possibile ricorrerere ad un discorso teorico e a delle categorie comuni quando si parla di anoressia nel mondo occidentale. Non sembra esserci molta differenza tra i diversi paesi occidentali, né tra zone rurali e metropolitane. Nel caso specifico dell'Italia, si vedano le ricerche di Mautner- Owen-Furnham (in un raffronto tra studentesse universitarie americane, inglesi e italiane non si sono riscontrate differenze significative) e Rathner-Messner (uno studio condotto a BrixenDressanone, nel Sud Tirolese, mostra insignificanti differenze tra zone rurali quella campione -e zone metropolitane). Counihan individua nei fiorentini (a dif- ferenza degli americani) un diverso rapporto con il cibo e con il corpo ma la sua ipotesi sull'anoressia in Italia come sintomo di un difficile processo di emancipazione delle donne ci sembra poco convincente (Counihan 1999, 192).

rapporto con il cibo oggi, si vedano Counihan; Counihan e Kaplan; Counihan e Van Esterik.

7~itenga presente che Selvini Palazzoli si è allontanata molto dalla centralità della coppia madre-figlia e insiste sempre di più sull'importanza di considerare la figura del padre e altri membri familiari. Si veda "I1 processo anoressico nella famiglia" in Igiochi psicotici nella famiglia.

vedano in particolare Bordo 1993; Bruch 1974, 1978; Brumberg; Chernin; De Clercq 1995; Dolan e Gitzinger; Ellmann; Fallon, Katzman e Wooley; Gordon; Hepworth; Heywood; MacSween; Malson; McEachern; Orbach; Pipher 1994, 1995; Selvini Palazzoli 1963, 1981. Meritano menzione anche le riviste The International Journal of Eating e European Eating Disorders Review. Si veda inoltre Journal of CommuniQ & Applied Social Psychology. Special Issue. Prepared for Consumption: (Dis)orders of Eating and Embodiment, a cura di Malson e Swann.

9~nchequi la biografia si confonde con il romanzesco e le due protagoniste sono "al tempo stesso vere o soltanto di fantasia" (Schelotto 10).

1°~iDe Clercq si veda anche Donne invisibili. L'anoressia, la sofferenza, la vita.

ll~lessandra Arachi, giornalista, esordisce con questo testo narrativo nel 1994.

12si mettano a confronto le diverse descrizioni del vomito (prima liberatori0 e poi doloroso) in Tutto ilpane del mondo di De Clercq. 13cfr. il rifiuto del cibo in Life Size (Shute 2) e "The Wasting Game" (Gross 10). 14~elleanoressiche, la perdita eccessiva di grasso causa l'amenorrea che previene la

possibilità di una gravidanza. L'impossibilità di procreare è impossibilità di diventare madre; da una parte questo stato "neutro" è vissuto da Elena come vittoria sulla condizione biologica-sociale del genere femminile, dall'altra è vissuto come inadeguamento.

15un altro vomito simbolico è sicuramente quello di Carla negli Indgerenti di Moravia. La nausea per l'alcool e per aver ceduto a Leo provocano il vomito e "un disgusto senza speranze" (Moravia 85-86).

16~adiaFusini, traduttrice e studiosa di letteratura inglese e nordamericana (B & B: Beckett e Bacon, La passione dell'origine: studi sul tragico shakespeariano e il romanzo moderno) e figura di spicco nel campo di Women's Studies (Nomi, La luminosa. Genealogia di Fedra, Uomini e donne. Una fratellanza inquieta), esordisce con questo romanzo a cui sono seguiti Due volte la stessa carezza (1997) e L'amor vile (1999).

17~iuscrive: "I grab my breasts. . . . If only I could eliminate them, cut them off if need be, to become as flat-chested as a child again" (Solitaire 79).

18~leinscrive: ". . . in cases with strong paranoiac features I have met phantasies of luring an external object into one's inside, which was regarded as a cave fu11 of danger- ous monsters" (127).

19si potrebbe ipotizzare un rapporto di affidamento tra Elena e Rina (amica della madre di Elena) e tra Nadia e le donne ricoverate nello stesso ospedale. 20~fr.Una fame da morire di Schelotto dove l'anoressia si spiega nel rapporto con la madre.

21~andra Petrignani, scrittrice e redattrice culturale di Panorama, ha pubblicato testi narrativi (Navigazioni di Circe, Il catalogo dei giocattoli, Come cadono ifulmini, Poche storie, Vecchi, Come fratello e sorella), due raccolte di interviste (Le signore della scrittura, Fantasia e fantastico) e un libro di viaggi (Ultima India).

22~ucianopuò finalmente liberarsi facendosi sentire con un canto "a squarciagola" e non a caso si tratta di un canto della Resistenza.

2311 trauma di Auschwitz genera il desiderio di morte nella protagonista di Lespassant (1988): "Dans une maison riche, à Marseille, à la fin d'une guerre, une jeune fille se laisse mourir de faim. Elle a quatorze ans, ou quinze" (Atlan 15). Chi sopravvive ad Auschwitz ha il compito di raccontare la fame ed il dolore vissuti: "Toi, tu vivras et tu raconteras" (Atlan 85). Utile un raffronto con Se questo è un uomo di Levi; Ellmann commenta sul sogno del cibo che non si mangia e le parole che non si sentono: "The mouths that lick their lips and move their jaws are also squirming with unspoken sen- tences, and it is impossible to say which is the greater agony: to be unfed or to be unheard" (Ellmann 112).

OPERE CITATE

Arachi, Alessandra. Briciole. Storia di un'anoressia. Milano: Feltrinelli, 1994.

Atlan, Liliane. Lespassants. Paris: Payot, 1988.

Bell, M. Rudolph. Holy Anorexia. Chicago: U of Chicago P, 1985.

Bemporad, Jules R. "Self-Starvation Through the Ages: Reflections on the Pre-History of
Anorexia Nervosa." International Journal of Eating Disorders 19.3 (1996): 217-37.

Biasin, Gian-Paolo. Literary Diseases. Austin: U of Texas P, 1975.

Boone O'Neill, Cherry. Starving for Attention. New York: Continuum, 1982.

Bordo, Susan. "Anorexia Nervosa: Psychopathology as the Crystallization of Culture." Food and Culture. Ed. Carole Counihan and Pemy Van Esterik. New York: Routledge,
1997.226-50.
. Unbearable Weight: Feminism, Western Culture, and the Body. Berkeley: U of
California P, 1993.

Bmch, Hilde. Eating Disorders: Obesity, Anorexia Nervosa and the Person Within. New York: Routledge, 1974. -.The Golden Cage. Wells: Open Books, 1978. Brumberg, Joan Jacobs. Fasting Girls: The History of Anorexia Nervosa. 1988. Cambridge, MA: Harvard UP, 1989. Bynum, Caroline Walker. Holy Feast and Holy Fast: The Religious Significante of

Food to Medieval Women. Berkeley: U of California P, 1986.

Caminero-Santangelo, Marta. The Madwoman Can't Speak. Ithaca: Cornell UP, 1998.

Chernin, Kim. The Hungry Self: Women, Eating and Identity. New York: Times Books, 1985. Conboy, Katie, Nadia Medina, and Sarah Stanbury, eds. Writing on the Body: Female Embodiment and Feminist Theory. New York: Columbia UP, 1997. Counihan, Carole, and Steven L. Kaplan, eds. Food and Gender: Identity and Power. Amsterdam: Hanvood, 1998. Counihan, Carole. The Anthropology of Food and Body: Gender, Meaning, and Power. New York: Routledge, 1999. Counihan, Carole, and Pemy Van Esterik, eds. Food and Culture. A Reader. New York: Routledge, 1997. De Clercq, Fabiola. Tutto ilpane del mondo. Milano: Bompiani, 1990.

-.Donne invisibili. L'anoressia, la sofferenza, la vita. Rizzoli: Milano, 1995. Dolan, Bridget, and Inez Gitzinger, eds. Why Women? Gender Issues and Eating Disorders. London: Athlone, 1994. Ellmann, Maud. The Hunger Artists. Cambridge, MA: Harvard UP, 1993. Fallon, Patricia, Melanie A. Katzman, and Susan C. Wooley, eds. Feminist Perspectives on Eating Disorders. New York: Guilford, 1994. Fitcher, Manfred M. "The Anorexia of Franz Kafka." International Journal of Eating Disorders 6.3 (1987): 367-77.

Frega, Donnalee. Speaking in Hunger: Gender, Discourse and Consumption in Clarissa. Columbia, SC: U of South Carolina P, 1998.

Fusini, Nadia. La passione dell'origine: studi sul tragico shakespeariano e il romanzesco moderno. Bari: Dedalo, 1981. . La luminosa. Genealogia di Fedra. Milano: Feltrinelli, 1990. . Uomini e donne. Una fratellanza inquieta. Roma: Donzelli, 1995. . Nomi. Roma: Donzelli, 1996.

v. La bocca più di tutto mi piaceva. Roma: Donzelli, 1996. . Due volte la stessa carezza. Milano: Bompiani, 1997. . B & B: Beckett e Bacon. Milano: Garzanti, 1994. , L'amor vile. Milano: Mondadori, 1999. Glenny, Allie. Ravenous Identity: Eating and Eating Distress in the Life and Work of Wrginia Woolf: New York: St. Martin's, 1999. Gordon, Richard. Anorexia and Bulimia. Oxford: Blackwell, 1990. Gross, Philip. The Wasting Game. Trowbridge: Bloodaxe, 1998. Heater, Sandra H. Am IStill Visible?A Woman's Triumph over Anorexia Nervosa. White Hall, VA: White Hall, 1983. Hepworth, Julie. The Social Construction ofAnorexia Nervosa. London: Sage, 1999. Heywood, Leslie. Dedication to Hunger: The Anorexic Aesthetic in Modern Culture. Berkeley: U of California P, 1996. Klein, Melanie. "A Contribution to the Psychogenesis of Manic-Depressive States (193.5)" The Selected Melanie Klein. Ed. Juliet Mitchell. London: Penguin, 1991. 116-45. Lasègue, Charles E. Du délire despersécutions. Le délire alcoolique. De l'anoxerie hys- térique. Les exhibitionistes. NendelLiechtenstein: Kraus Reprint, 1978. Liu, Aimee. Solitaire: A Narrative. New York: Harper & Row, 1979. MacLeod, Sheila. The Art of Starvation: A Story of Anorexia and Survival. New York: Schocken, 1982. MacSween, Morag. Anorexic Bodies. London: Routledge, 1993. Malson, Helen M. The Thin Woman: Feminism, Post-Structuralism, and the Social Psychology ofAnorexia Nervosa. London: Routledge, 1998. Malson, Helen, and Catherine Swann, eds. Prepared for Consumption: (Dis)orders of Eating and Embodiment. Journal of Community & Applied Psychology. Special Issue 9.6 (1999). Manton, Catherine. Fed Up: Women and Food in America. Westport, (3.:Bergin & Gawey, 1999. Mautner, Raeleen D,, Steven V. Owen, and Adrian Furnham. "Cross-Cultura1 Explanations of Body Image Disturbante in Western Cultura1 Samples." International Journal of Eating Disorders 28.2 (2000): 165-72. McEachern, Patricia A. Deprivation and Power: The Emergente ofAnorexia Nervosa in Nineteenth-Century French Literature. Westport, CT: Greenwood, 1998. Montanari, Massimo. La fame e l'abbondanza. Bari: Laterza, 1994. Moravia, Alberto. Gli indifferenti. 1929. Milano: Bompiani, 1995. Nasser, Mewat. Culture and Weight Consciousness. London: Routledge, 1997.

. "The New Veiling Phenomenon -1s It an Anorexic Equivalent? A Polemic." Journal of Communiiy & Applied Social Psychology 9.6 (1999): 407-12.

Orbach, Susie. Hunger Strike: The Anorectic's Struggle as a Metaphor for Our Age. New York: Norton, 1986. Petrignani, Sandra. Le signore della scrittura. Milano: La Tartaruga, 1984. .Fantasia e fantastico. Milano: Camunia, 1985. .Navigazioni di Circe. Roma: Theoria, 1987. . Il catalogo dei giocattoli. Roma: Theoria, 1988. -. Come cadono i fulmini. Milano: Rizzoli, 1991. . Poche storie. Roma: Theoria, 1993. . Vecchi. Roma: Theoria, 1994. . Ultima India. Milano: Baldini & Castoldi, 1996. . Comefratello e sorella. Milano: Baldini & Castoldi, 1998. Pipher, Mary. Reviving Ophelia: Saving the Selves of Adolescent Girls. New York: Ballantine, 1994.

-. Hunger Pains: The Modern Woman's Tragic Quest for Thinness. New York: Ballantine, 1995. Rathner, Gunther, and Klara Messner. "Detection of Eating Disorders in a Small Rural Town: An Epidemiological Study." Psychological Medicine 23.1 (1993): 175-84. Schelotto, Gianna. Una fame da morire. Milano: Mondadori, 1992. Schwartz, Hillel. "The Three Body Problem and the End of the World." Fragments for a History of the Human Body. Part Two. Ed. Miche1 Feher, Ramona Nadaff and Nadia Tazi. New York: Zone, 1989. 40M5. Selvini Palazzoli, Mara. L'anoressia mentale. Milano: Feltrinelli, 1963. , L'anoressia mentale. Dalla terapia individuale alla terapia familiare. Milano: Feltrinelli, 1981. ."I1 processo anoressico nella famiglia." I giochipsicotici nella famiglia. Ed. AA.W. Milano: Cortina, 1988. 187-92. Showalter, Elaine. The Female Malady: Women, Madness, and English Culture, 18301980. New York: Penguin, 1985.

-. Hystories. New York: Columbia UP, 1997. Shute, Jenefer. Life-Size: A Nove1 of Obsession. New York: Avon, 1992. Thompson, W. Becky. A Hunger So Wide and So Deep. Minneapolis: U of Minnesota P, 1994. Van Deth, Ron, and Walter Vandereycken. "Food Refusal and Insanity: Sitophobia and Anorexia Nervosa in Victorian Asylums." International Journal of Eating Disorders

27.4 (2000): 390-404. Wolf, Naomi. The Beauty Myth: How Images of Beauty Are Used Against Women. New York: Morrow, 1991.

Comments
  • Recommend Us