Il segno culinario come campo di tensione nella narrativa di Ignazio Silone

by Gaetana Marrone
Citation
Title:
Il segno culinario come campo di tensione nella narrativa di Ignazio Silone
Author:
Gaetana Marrone
Year: 
2002
Publication: 
Italica
Volume: 
79
Issue: 
3
Start Page: 
353
End Page: 
362
Publisher: 
Language: 
English
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Abstract:

Il segno culinario come campo di tensione nella narrativa di Ignazio Silone

I. Silone regionale e campi tematici ella conclusione al "Viaggio a Parigi," dall'omonima raccolta di novelle pubblicata a Zurigo nel 1934, Ignazio Silone così riflette sul cammino del suo protagonista, per voce del vecchio ciabattino Baldissera: "Beniamino! Beniamino! / Chi lascia la via vecchia per la nuova, / sa quello che lascia, ma non ciò che trova! . . E il giovane itine-

.'l

rante ribatte: ". . .credi a me, lo so io che ho girato il mondo! / Chi lascia la via vecchia per la nuova / lascia polenta e trova polenta . . ." (82).lÈ questa stessa risposta a creare alcune costanti della narrativa siloniana, cioè una organizzazione di rapporti nel campo tematico-culturale fra personaggi assai simili fra loro. Dunque, come per Rocco De Donatis di Una manciata di more, il ritorno di Beniamino alla propria terra viene ad additare a un ritorno criticamente proposto al punto di partenza; a un destino storico epocale che si compendia nel destino del singolo.

Nell'ambito delle prime novelle, particolare attrazione assume, per lo scrittore marsicano, il racconto "Viaggio a Parigi," perché permette di vagliare la traiettoria di una rottura cosciente col passato politico -la quale di fatto genera la situazione sociale e culturale che informa iromanzi maggiori. Va premesso che è di questo periodo una codificazione siloniana del veridico, cioè del documento ambientale, con tendenze antropologico- cristiane sempre impostate su un referente realistico. Una di esse, e la più saliente, si configura nella presenza di una forte tradizione culinaria che rivela i segni indelebili di una mentalità contadina proiettata verso un futuro (socialmente) problematico. Silone parla in proposito di un dramma della divisione che coinvolge l'individuo e la collettività, con il conseguente bisogno impellente del nuovo verso il vagare in mondi alterna- tivi; verso il recupero del reale.

Vari studiosi, e con angolature diverse, hanno analizzato la dinamica costanti/varianti delle trasformazioni politico-sociali nella narrativa silo- niana.2 Ma poca attenzione è stata riservata all'uso del cibo come metafora di un viaggio essemiale, diciamo di approfondimento del mondo che quoti- dianamente informa il reale.3 Su questo motivo del cibo si lega il percorso iniziatico del giovane protagonista siloniano. A uno sguardo generale, i romanzi di Silone si presentano come testimonianza di una tipologia epocale che avanza con potere di trasformazione. Se, infatti, il realismo è, nelle parole di Maria Corti, "un modo di organizzarsi dell'esperienza

ITALICA Volume 79Number 3 (2002)

storico-sociale di un momento della collettività italiana" (31), allora si tende ad affermare una nozione della letteratura come istituzione sociale. Per Ignazio Silone, si genera l'assimilazione cristiano-populistica di temi e forme espressive che hanno un punto di riferimento caratteriizante in vistosi segni culinari. Nella sua narrativa, qualsiasi tipo di rapporto (pregno di significato storico/sociale/ideologico)si definisce fra ciò che si aspira a lasciare alle spalle e ciò che si intravede con ansia, addirittura provoca- toria, di trasformazione in luoghi lontani, estranei al mondo contadino. Proprio a questa situazione tensionale si riferisce Walter Mauro quando afferma a proposito dei cafoni abruzzesi in Silone:

Così, le vittime deiia storia, di fronte al protagonismo della stona, finiscono per coinvolgere non solamente l'uomo abnizzese in quanto tale, ma tutti i soggetti della comunità umana che debbono scontare e continuano a scontare -assistiamo continuamente, con angoscia e con tormento, a tutto questo -le prevaricazioni e gli scandali deiia storia. (xxx)

Siamo di fronte a un aspetto fondamentale della ideologia di Silone, espressa con chiara intenzione morale: i cafoni, con coerenza tematica, rispondono a un reale sentimento di eversione, di ribellione, le cui radici illustrative e celebratone si ascrivono alla sfera operante deil'azione, nel senso di deviazione, mai del tutto ponderabile. A livello concettuale, la rottura tra la realtà tragica, che la coscienza denuncia, e il ritorno al ritrovato paese deil'anima (l'espressione è di Pietro Spina in Il seme sotto la neve), un paese a cui si deve in ogni caso tornare, si enuncia attraverso una catena di tappe culinarie che sottendono prospettive radicalmente negative di alienazione. Il cibo è il corpo della testimonianza, un supple- mento di riflessione su situazioni interiormente e esteriormente vissute dai protagonisti siloniani; è il sapore della memoria che si genera nello stesso contesto geografico-storico. Il cibo è inoltre il volto di una situa- zione umana, sociale e culturale, miticamente intesa some sacrificio, ras- segnazione, e attesa della trasformazione. Come ha rilevato Giorgio Luti, Silone, con la partecipazione sentita dell'artista, espone nel dramma della divisione, della mancata integrazione dei cafoni, la circolarità di fondo nel rapporto individuo/reale nell'elemento etnico d'origine: chi lascia polenta, trova polenta ("L'immagine deil'Abruzzo" xxvii). Ci si riferisce natural- mente al sapore dell'angoscia della realtà, all'Abniz;so dell'infanzk, riemm come documento della coscienza. È la conferma del rapporto stretto che Silone pone fra estetica e azione, tra il messaggio ideologico e la parola della letteratura.

11. Le costanti e la loro organizzazione: il cibo dei cafoni

Di cibo,la narrativa di Ignazio Silone è ricca a partire dagli stessi titoli a esso espressamente dedicati: dalla combustione aistiano-populicta fissata dalla sequela Christi di Pane e vino (1936) -poi Vino e pane nell'edizione definitiva di Mondadori del '55 -a Il seme sotfo la nerne (1941), con la ripresa di una tipologia della cultura abruzzese che indica nella funzione segnica del grano, del seme/Cristo come allegoria della rinascita, l'intenzione di sacralizzare il quotidiano; a Una manciafa di more (1952), che rifiette nel desiderio di riscatto dei cafoni una condizione nazionale, quella deli'immediato dopoguerra.

Ma c'è anche il fatto che il cibo presente nei romanzi di Silone ha sempre una concretezza reale, sia pure di una realtà che si origina nelle tradizioni antropologiche preservate a livello di collettività regionale, e quindi rimaste intatte dali'inevitabile minaccia della trasformazione incombente sulla natura dei protagonisti. Pur nella sua concretezza, il cibo è assunto specificamente in una significazione allegorica. Al propo- sito si rivelano pertinenti le osservazioni di Ferdinando Virdia, che il parlare per immagini e per allegorie, e soprattutto la tendenza verso la favola o verso l'apologo, corrispondono ali'immaginazione accesa degli strati popolari e ad una certa religiosità ossessiva (Silone 37-38). Silone si richiama a un topm letterario che fa da referente per la narrativa realistica del periodo fascista, e che espone la tragicità del vivere e della storia; di un vivere segnato dagli affanni e dalla miseria che gravano sui cafoni, emar- ginati in uno spazio remoto, agli antipodi di quella città a cui i giovani aspirano. Nel racconto "La pena del ritorno," così lo scrittore pone il fopos del viaggio (assunto con il cibo a immagine e metafora di un com- mento critico) tra i suoi fantasmi autobiografici:

Strada facendo i'adolescenza mi si rivelava una nozione limitata non

solo nel tempo, ma anche nello spazio. E come fanno, a una certa età,

pensavo, a cambiare paese queiii che restano sempre nello stesso paese?

È più facile, è più semplice, è più naturale, forse è anche più onesto, a

una certa età, partire. Ma, a ben riflettere, che significa partire? Quanti,

rimasti sempre qui e qui sepolti, han vissuto sospirando isole lontane,

città remote; mentre il mal del paese è l'ossessione degli emigrati. IO

stesso, questa terra, questa gente, l'avevo mai dimenticata? La mia imma-

ginazione si era mai figurata qualcosa che non avesse qui il suo principio

e la sua fine? (Uscita di sicurezza 174).~

Tale intento migratono coincide coll'età dell'ingresso alla maturità e con il tentativo di trasgredire il luogo dell'infanzia; di seguirele ambizioni che si riveleranno fallaci. In ultimo, può essere il bisogno di eso-gli impulsi all'origine, di iniziare la vita da capo per chi ha compiuto l'esperienza di andare lontano. Da qui l'atteggiamento di marcata sottomissione del cafone siloniano. La trasgressione dei limiti geografici @aese/città, Abruzzo/ mondo) comporta un ritorno (ciclico) al luogo dell'adolescenza dove, come in Una manciata di more, il desiderio di riscatto dei cafoni prende corpo nel suono della tromba (odiata e irreperibile) di Lazzaro, la forma di comunicazione di colui che non conosce la rassegnazione.

Il cibo connota il paese natale, colmo di vita desolata e di nostalgia. Si lega a un'altra vocazione dell'adolescenza: al tentativo di evasione, alla vita quale si propone in "Viaggio a Parigi," come un impulso al riscatto dal deterioramento della storia. Nel nido familiare, si intravede l'orrore della superstiziosa aridità di chi non vuole oltrepassare la soglia della casa patema. La rivolta si identifica col magro cibo della miseria delle cam- pagne e con la violenza esercitata dall'atto stesso di assimilazione dige- stiva. Commenta il narratore della novella con raffinata ironia: "'Ficcare qualcosa nello stomaco' è la sola espressione possibile nel linguaggio dei cafoni" (hggio a Parigi 55). Si elabora da questa fraseiniziale un'eloquente polarità col ricco linguaggio dei proprietari temieri

Da mangiare viene il termine cibo e da cibo cibarsi, il che è meraviglioso. Si dice anche banchettare e da banchettare deriva il banchetto e da banchetto viene la possibilità di mangiare molto bene, il che è eccellente. Nei giorni festivi a volte si dice mangiare a quattro palrnenti e da questa espressione deriva "l'abbuffata," cioè la possibilità di mangiare quasi fino a scoppiare, il che è un menu veramente completo. Per la maggior parte dei ricchi il nutrimento è la cosa più importante deiia vita e indica l'essenza della loro cultura, che è, inoltre, strettamente connessa con la religione. ii abarsi è ben definito con altri nomi poetici nel linguaggio dei proprietari temeri.

A Natale Gesù Bambino viene al mondo e perciò si cucina il pesce; a

S. Antonio, in gennaio, gli animali vengono benedetti davanti la porta deiia chiesa e si mangia perciò polenta con il sugo di passeri; a Pasqua si confessano i peccati commessi nell'anno e perciò si mangia agnello (Agnus Dei qui tollit peccata mundi); il giorno di San Luigi i bambini ricevono la prima Comunione e perciò si mangiano torte di formaggio; a Sant'Anna si prega per le puerpere, si compera a buon mercato il grano dei cafoni e si mangia maialino arrosto; a Sant'Angelo si vende molto più caro il grano dei cafoni e perciò si mangia lepre in salmì.

Ma per i cafoni non c'è grande differenza fra Natale e Pasqua, meno ancora fra S. Antonio e S. Luigi, fra Sant'Anna e Sant'Angelo. La religione dei cafoni non contempla questi legami con il cibo. Per i cafoni c'è solo pane di granoturco. (Ibid. 5~56)~

In altre parole, il livello linguistico (segni dell'abbondanza/segni della carestia) ha un rapporto speculare con determinati modelli culturali propri della classe egemonica (popolanilborghesi; resistentilfascisti), che impone certi suoi riti e certi suoi miti come meccanismi di rnistificazione della realtà. L'estraneità della lingua dominante si flette nella emarginazione esistenziale del cafone marsicano. Per i benestanti c'è il pane suntuoso con le carni, per gli strati popolari c'è il pane surrogato o pane rozzo. Si può qui alludere a un ironico rovesciamento di tale atteggiamento, attra- verso un'ossequiosa attribuzione in Fontamara: la storia raccontata da Don Abbacchio di San Berardo, un cafone che si fece frate, e che morto in età avanzata dopo una lunga vita di privazioni, chiederà al Padre Eterno, che lo incoraggia ad esprimere un desiderio, "un gran pezzo di pane bianco." Dio lo esaudirà concedendogli omnia secula saeculorum il miglior pane bianco che si trovasse in paradiso (Fontamara 132).6La storia di San Berardo riflette essenzialmente l'antico sogno del cafone del buono, abbondante pane bianco.

La coincidenza di prospettive tra "Viaggio a Parigi" e la successiva narrativa è significativa. In questo racconto fondamentale della prima esperienza siloniana, la simbologia del nido paesano è radicalmente individuata da un'intensa, penosa povertà schematizzabile in polenta acida e parrozzo. Beniamino è una grottesca rappresentazione della vita popolare. Nulla costituisce conforto per questo cafone riottoso, che pur di non mangiar più polenta è disposto a fuggire in terre lontane con ostinazione irriducibile, "costi quel che costi" (57). Anche l'Abruzzo, dove Beniamino viene a rifugiarsi alla fine del viaggio, rappresenta un'ulteriore tappa verso un futuro che prospetta stagnazione sociale.

Quanto alla trama generale, la novella racconta di un giovane Fonta- marese che lascia il paese e, dopo un tentativo fallito di rintracciare un compaesano a Roma, emigra clandestinamente in Francia in cerca dilavoro. Privo di denaro e di documenti, Beniamino s'imbarca su un treno diretto a Parigi, grazie all'intervento di un ferroviere compiacente. Il viaggio si compie nel vagone men3 adibito al trasporto di animali domestici. Rinchiuso in una gabbia metallica, sfinito e senza forze, il povero Beniamino perde qualsiasi cognizione di tempo e si trova, delirante, a sprofondare nelle viscere della terra dove incontra il potente Belzebù. I1 viaggio si conclude con un ironico ritorno alla stazione di partenza. Il ciclo sembra rinchiu- dersi e l'esperienza compiuta lontano ha il sapore del cibo offertogli dal diavolo: sotto la menzognera forma di pollo, pesce, verdura, e frutta c'è, in realtà, sempre e solo polenta. Anche il tentato suicidio del protago- nista, che per evitare l'abomta polenta si getta nelle acque gialle del lago infernale, lo porta alla fin fine ad affogare nella polenta. Dopo la stanchezza del fallimento, il rifugio nella propria terra non implica salvezza, anzi, riaffenna lo scacco esistenziale subito da Beniamino in città.7

Il cibo è, in questa prospettiva socio-culturale, una figura del luogo natale; rappresenta il supremo rifugio realisticamente pregno di rassegnata accettazione: "Dopotutto," confessa Beniamino al ferroviere sulla via diFontamara, "c'è polenta in tutto il mondo!" ("Viaggio a Parigi" 80).* L'elezione di un ritorno al cibo paesano implica che Beniamino ricominci la vita di prima, ma ormai diversa, liberata da ogni alone di fuga. Del viaggio verso i luoghi vagheggiati della ricostruzione, il protagonista siloniano riprende la perdita dell'innocenza e il rifiuto dell'esperienza legata alle forme del progresso. Il cibo appare dora una ennesima incarnazione del luogo violato e turbato della storia; dell'abbandono (in)volontario del cafone che da solo cerca di rompere l'atavica condanna alla miseria per rispondere alle tentazioni del mondo di fuori, pieno di inganni. Ma poiché quello del protagonista siloniano è un ritorno dopo aver sperimentato la malattia sociale dell'emigrazione, il luogo natale è mutato: non è più quello prima- verile dell'adolescenza, ma quello tristemente autunnale della maturità,che declina nel tragico della vita, con la macerazione interiore dell'anima. Forse diventa legge di salvezza, come commenta l'anziana donna col cane- strino di noci in "La pena del ritorno," l'abbandonarsi alla rassegna- zione: "Ma se non serve né tenere la testa bassa né tenerla alta, tanto vale tenerla bassa. Almeno per la salute dell'anima" (Uscita di sicurezza 176-77). Gli elementi regionali inseriti a livello tematico nell'esperienza di Benia- mino assumono una funzione segnica che trascende la caratterizzazione regionale: Silone, testimone oculare della storia, richiama attraverso il cibo dei cafoni l'attenzione a un discorso morale che privilegia l'umanità dell'uomo.9

111. Il regime del cibo in a Parigi": cognizione e ricognizione

Il motivo del viaggio migratorio è da interpretare nei termini di un processo inconscio allucinatono (il viaggio notturno di Beniamino) e conscio, di accostamento all'immagine della sconfitta da cui prende l'avvio il ritorno (il punto di riferimento è dato dal simbolo della sveglia). L'esaltazione deli'antieroe, che del viaggio in Silone è sempre stato il custode impotente, pronto a riprendere esemplmente il suo posto all'interno della comunità d'origine, si decodifica come allusione a non lasciare lo spazio remoto. L'idea di un rifugio si concretizza nel cibo (la cosmografia interiore dell'uomo), che del viaggio è figurazione. Quando Beniamino amva a Roma, ha l'aspetto di un "fiero e gigantesco campa- gnolo," che cammina "impettito, come un conquistatore"; da fine del viaggio viene scambiato dal ferroviere per un vagabondo "più morto che vivo" ("Viaggio a Parigi" 62; 79).

C'è inizialmente quel senso di inquietudine che è legato al rifiuto del pane di granoturco da parte del protagonista, e l'amara, definitiva accet- tazione di una soluzione che denuncia l'attuale crisi storica, con cui il ritorno all'indietro spesso si identifica. E c'è il senso che dovunque ci sia il sapore del mais, che insidia "il ghetto dei cristiani" rassegnati (Il seme sotto la neve 4.84):una visione del mondo come vaiazione nell'identico. Il bisogno del cibo espone la vulnerabilità dell'identità individuale in Benia- mino, rappresentata al livello di una sfera sociale più ampia dal bisogno di uno scambio di tipo corporativo.

Sulla mitologia paesana dell'Italia centro-nordica che riscontra nella presenza del paiuolo, del fuoco, e dell'acqua salata un rituale magico che presiede la tavola dei contadini (sito di coordinamento di valori arcaici) si è ben sofferrnato Piero Camporesi. Allo stesso pane il critico ascrive il simbolo della luce, che intimamente indica forze rigenerative.1° Ma in Silone è assente la cucina come teatro cuiinario, come centro vero e sim- bolo di scambio, di logos conviviale; così come lo sono gli odori, i sapori, i colori del cibo. Al centro dello spazio simbolico di "Viaggio a Parigi" c'è l'impronta statica del giallo dominante della polenta (il cosmo del cafone). Del resto non si deve dimenticare che al ritorno di Beniamino, sia pure così profondamente provato, il paese può di nuovo sperare; può essere riconsacrato. Il rapporto tra la collettività e l'individuo esprime il massimo delle possibilità resistenziali di contro la debilitante sopraf- fazione delle strutture sociali controllate. L'esperienza visitata dopo l'uscita dal paese si riduce in realtà a delusione, a stanchezza, per le speranze abortite. Le continue interrogazioni esistenziali vogliono signi- ficare non più l'appropriazione dell'esperienza del mondo, ma la can- cellazione di essa, sia pure in un'atmosfera sociale che si definisce nella ferita, nella corrosione di ogni illusione. La tristezza di chi parte per andare lontano, e in ultimo si ritrova nel luogo di partenza, rimane il carattere distintivo della realtà sociale stessa.11 È questa l'ultima pietas siloniana, che fa dello scandalo così violentemente rappresentato un esempio della pena del mondo, come problema morale e politico.

Ii ritorno al paese e il rifugio nel cibo originario, sia pure come ricogni- zione dell'impossibilità del viaggio, coincidono con la scelta negata del futuro.L'incubo di Beniamino appartiene alla realtà menzognera e brutale; il ritorno fissa la possibilità di vivere una vita profondamente semplice, una visione della speranza definita dalla rassegnazione, il che costituisce la base della vita da ricominciare.

Certamente il ritorno di Beniamino allude al sogno dissacrato della cognizione e dell'esperienza: l'atmosfera di imminenti pericoli fissata con alta suggestione dal viaggio ali'inferno e dall'imrnagine demonizzata del serpente nero. Iifatto è che Silone si orienta da una fondamentale ironia etico-ideologica; tende pertanto drammaticamente ad una soluzione esasperata, spinta al limite, in una irrevocabile disposizione alla tensione dei temi contestativi, quali la delusione e l'offesa. Silone non cede alla retorica delle ideologie: la storia impone un agire problematico nel reale. Qui il cibo, per quanto amaro, è lo stnimento medianico che cancella il tempo del viaggio; permette allo scrittore di elevare l'arcaicità della civiltà contadina a modello sociale entro tutta una tradizione meridiona- listica. L'anima rinasce nel presente, non più vittima di contraddizioni, superiore al momento del viaggio, prima della colpa che è stata la partenza. Come sempre, per Silone, il ritorno non può essere autentico se non si traduce nel sapore del cibo ritrovato (la polenta come emblema della cultura popolare); è lì che si concreta il processo di interazione tra il cafone e il nucleo sociale: nel mais, che non è nuovo, ma antico, ed è documentazione del viaggio oltre i limiti. La saldatura si opera per quella coscienza della pena e della divisione, che lo scrittore marsicano sostanzia da una concezione antropologico-religiosa della storia, con tutti gli danni, con tutte le lacrime che hanno accompagnato i viaggi migratori dei cafoni.

IV. Il dio che èfallito

Il messaggio che lo scrittore Silone ricava dallo scontro sogno/reale, fuga/immobilità si collega al contesto socio-politico degli anni'3040; si legge nell'ambito della crisi che lo portò fuori del PCI nel 1931, quella data assai triste che egli denomina come "il lutto della [sua] gioventù" (Uscita di sicureua 113). Accade pertanto che, in un simile contesto, l'allegoria nasca a figurare una oggettività ritenuta necessaria a promuovere Yinterezza dell'opera d'arte. Fin dalle prime novelle, Silone si dichiara consapevole dell'entità di una logica simbolico-allegorica, di una certa disposizione a rappresentare la realtà come eterno sottinteso. Allora si può convenire con Malcolm Cowley che la narrativa siloniana si inquadra come una leggenda rnedievale.l2 Silone stesso sembra accreditare un impianto tematico favo- lista atto a recepire immaginiesemplari. Ecco come celebra il gioco fra possi- bile e reale: "Si racconta di un navigatore spagnolo che in alto rnaw era solito cantare una bellissima canzone. Ai suoi di famiglia che un giorno a fine tavola lo pregavano di ripeterla, egli rispose: 'è impossibile, io canto la mia canzone solo a quelii che vengono con me in alto mare'" (AA. W.xliv).

L'inquietudine e il disagio del cafone nascono da uno spunto economico precario. Per Beniamino, lo spauracchio permanente, fino all'ossessione, della polenta diventa la paura di perdersi nell'incubo salutare, i cui segni (il possesso del cibo) appaiono come ombre che turbano l'agonia di una cul- tura liminale. L'estrema soglia dell'esistenza (il limen) entra qui in conflitto con il campo del vissuto. Alla fine lo spazio remoto si è trasformato da uno idealmente liberatori0 (lafuga) ad uno reclusivo (il ritorno). E questa soluzione fiorisce con una coscienza oggettiva della storia, che comprende quella individuale ma la trascende. La narrativa si fa così narrativa della storia di classe e si risolve in un tipo di segnicità geograficdturale epocale. Vi si ritrovano i campi tematia generali della letteratura realistica: dalla collettività al regionalismo quale emblema della realtà. È questo il fascino deile ipotesi siloniane, la cuibase ideologica resta comunque fonda- mentalmente sodista. Tali ipotesi si distinguono per il rw-uperodelle radici culturali più autentiche, lievitate dall'humus di quell' Abruzzo marcato dalla rigidità del tenore di vita, ma anche dall'ignoranza e dalla superstizionereligiosa deformante.13 La lezione di Silone può essere di ordine politico, come posizione della coscienza, ma è confessione dell'anima nei paradigmi più propriamente poetici.

GAETANA MARRONE

Princeton University

NOTE

lQuesto racconto è come una preistoria a Fontamara; la data di composizione è dibattuta tra il 1929 e il 1934. Sui primi racconti si veda Esposito, Silone novelliere tra ironia e angoscia e Nicolai Paynter, Ignario Silone: Beyond the Tragic Viion, in parti- colare il capitolo terzo.

2~eruna esauriente guida bibliografica, si vedano in particolare Virdia, Silone 139-43; le bibliografie critiche in appendice ai romanzi in d'Eramo, L'opera di Ignazio Silone; Martelli e Di Pasqua, Guida alla lettura di Silone 153-66; Nicolai Paynter, Simbolismo e ironia nella narrativa di Silone 13-63.

3~eisuo fandamentale studio sull'argomento, Gian-Paolo Biasin parla della rappre- sentazione del cibo nelia narrativa come di "una metonimia del reale" (4).

4~elleparole di don Luigi, il cibo che sostanzia gli ideali della gioventù diviene insufficiente: "Arriva sempre un'età . . . in cui i giovani trovano insipido il pane e il vino della propria casa. Essi cercano altrove il loro nutrimento. I1 pane e il vino delle osterie che si trovano nei crocicchi delle grandi strade, possono solo calmare la loro fame e la loro sete. Ma l'uomo non può vivere tutta la sua vita nelle osterie" (Silone, Vino e pane 223).

SCfr. Marin: "il segno culinario rappresenta, a suo modo, la trasformazione econo- mica di una cosa in un bene, la trasformazione erotica di un oggetto in corpo, e la trasfor- mazione linguistica di un'entità in segno" (125).

6Cfr. Virdia a proposito del rapporto ideologico tra i modi linguistici e i contenuti politico-sociali nel romanzo (34-35). La stessa ironia affiora quando Beniamino arriva a Roma e con l'aspetto fiero di un gigante campagnolo commenta mentalmente: "C'erano bei ristoranti, dove sicuramente non servivano polenta, neanche a pagarla a peso d'oro" ("Viaggio a Parigi" 62). Suggestiva anche l'immagine della statua del santo che si spezza contro la macelleria (la carne è un nemico) in "Simplicio," in Vuggio a Parigi (novelle)

(23).

'silone conobbe realmente in Francia un giovane operaio che aveva viaggiato da Roma a Parigi in un canile ferroviario. Si veda d'Eramo 117.

8~ilonestesso non solo ci parla del ritorno, ma egli va più oltre: "Non è facile, in età matura, tornare nei luoghi dell'infanzia, se durante l'assenza il pensiero non se n'& mai distaccato, se in quei luoghi, da lontano, si è continuato a vivere awenimenti immaginari. Può essere perfino un'awentura pericolosa" ("La pena del ritorno" 173). Questo richiamo autobiografico alla pericolosità è certo un modo sublime di rendere il cammino del protagonista di "Viaggio a Parigi."

9Cfr.: "E se la mia opera letteraria ha un senso, in ultima analisi, è proprio in ciò: a un certo momento scrivere ha significato per me assoluta necessità di testimoniare, bisogno inderogabile di liberarmi da un'ossessione, di affermare il senso e i limiti di una dolorosa ma definitiva rottura, e di una più sincera fedeltà" ("Uscita di sicurezza" 61-62).

l0si veda Camporesi 15 e sg.

Ilcfr. Silone in un'intervista del '78 con Franco Simongini: ". . . chi torna da un lungo viaggio non è più la stessa persona e anche il luogo da cui partì non è più lo stesso" (AA. W.xliv).

1211 riferimento è al primo romanzo visto come una leggenda sul Cristo reincarnato.

Cfr.Silone,Fontamara vii. l3~ranzSchneider è stato tra i primi a porre in rilievo gli influssi che le Sacre Scrit- ture hanno esercitato su Silone. Si veda "Scriptural Symbolism in Silone's Bread and Wm."Tematicamente essenziale, il nesso coi Vangeli pub tuttavia essere riferimento di matrice antropologico-culturale, soprattutto per quanto riguarda l'uso reiterante di certi cibi.

OPERE CITATE

AA. W.IgMno Silone. Pescina, 7 ottobre 1989. Supplemento di Oggi e domani 18 (gen.- feb. 1990). Biasin, Gian-Paolo. The Flavors of Modernity: Food and the Novel. Princeton: Princeton W, 1993. Camporesi, Piero. The Magic Harvest: Foori, Folklore and Socie@ Trad. Joan Krakover Hall. Cambndge: Polity P, 1993.

Corti, Maria. Il viaggio testuale. Torino: Einaudi, 1978.

D'Eramo, Luce. L'opera di Ignazio Silone. Milano: Mondadon, 1971.

Esposito, Vittoriano. Silone novelliere tra ironia e angoscia Avezzano: Centro Studi Marsi- cani, 1994. Marin, Louis. Food for Thought. Trad. Mette Hjort. Baltimore: The Johns Hopkins UP, 1997. Martelli, Sebastiano, e Salvatore Di Pasqua. Guida alla lwra di Silone. Milano: Monda- dori, 1971. Nicolai Paynter, Maria. Simbolismo e ironia nella narrativa di Silone. L'Aquila: Regione Abruzzo, 1991.

-. Ignazio Silone: Beyond the Tragic Vsion. Toronto: U of Toronto P, 2000. Schneider, Franz. "Scriptural Symbolism in Silone's Bread and Wine." Italica 44 (1967): 387-99. Silone, Ignazio. Fontamara. Zurigo: Nuove Edizioni Italiane, 1933.

-,Fontamara. Trad.Harvey Fergusson wn prefazione di Malcolm Cowley. New York: Atheneum, 1960. -.Il seme sotto la neve. la ed. 1950. Milano: Mondadori, 1961. -.Uscita di sicurezza. Sa ed. Firenze: Vallecchi, 1965. -. Vino epane. 2a ed. Milano: Mondadori, 1970. . Viggio a Parigi (novelle). A cura e wn introduzione di Vittoriano Esposito. Pescina: Centro Studi Siloniani, 1993. Vidia, Ferdinando. Silone. I1 Castoro No. 6. Firenze: La Nuova Italia, 1967.

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