Boccaccio ambiguo maestro di Della Casa: "Il donare cortesia" nell'episodio de "Il discreto famigliare" del "Galateo"

by Paola Marconi
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Title:
Boccaccio ambiguo maestro di Della Casa: "Il donare cortesia" nell'episodio de "Il discreto famigliare" del "Galateo"
Author:
Paola Marconi
Year: 
2002
Publication: 
Italica
Volume: 
79
Issue: 
3
Start Page: 
321
End Page: 
338
Publisher: 
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English
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Boccaccio ambiguo maestro di Della Casa: "il donare cortesiaff nell'episodio de "Il discreto famigliare" del Galateo

on un trattato radicato nella realtà effettuale, rappresentazione di un mondo in cui la discrezione non è facoltà umana ma divina e le cat- tive maniere prevalgono sulle buone, Giovanni Della Casa consegna al lettore un ideale, l'utopia della formazione dell'uomo civile. La virtù della socialità a cui lo scrittore aspira nel Galateonon viene descritta 'in atto,' ma è piuttosto espressa quale potenzialità che solo nella consuetudine può trovare la sua realizzazione: educare significa instillare l'abitudine alla virtù. La teoria dell'uso elaborata da Della Casa abbraccia non solo l'ambito morale ma anche quello linguistico, e diventa paradigmatica di entrambi. Degli sviluppi in senso linguistico farà soprattutto fede il Frammento d'un trattato delle tre lingue, dove alla "favella" corrotta e mescidata dell'uso cor- rente Della Casa contrappone il "linguaggio" e la stabilità grammaticale è fatta coincidere con l'usanza, ossia con la consuetudine degli antichi. Piut- tosto che di unaadesione acritica all'ortodossia boccacciana stilata da Pietro Bembo, nel Galateoil Della Casa appare portavoce di uno "stile composito" (ilquale non attenua tuttavia la "fondamentale unità linguistica e stilistica della [sua] opera"), di un "boccaccismo mediano"1 per varietà espressiva, e arriva a scardinare la stessa ipotesi sostenuta nelle Prose della volgar lingua di una scissione tra lingua scritta e parlata, in nome dell'evoluzione e della relatività delle usanze.2

In ambito etico, del tutto esplicita è la correlazione che Della Casa isti- tuisce tra "usanza" e virtù.È l'una a generare l'altra nell'alveo di un pro- gramma pedagogico, in conformità con il dettato aristotelico dell'Etica nicomachea secondo il quale la virtù non è attributo proprio della natura umana né contrario alla natura stessa, ma piuttosto capacità naturale che si realizza nell'uso: "bisogna essere guidati in un certo modo subito, fin da piccoli . . . a godere e a soffrire di ciò che è conveniente: la retta educa- zione è, infatti, questa."3 il progetto pedagogico del Della Casa, implicito nelle motivazioni del trattato (e testimoniato anticipatamente dalle epistole indirizzate ai nipoti Pandolfo, Annibale e Orazio), muove dal principio secondo cui l'insegnamento passa attraverso l'esperienza e l'errore dei maestri, perché

bene può l'uomo insegnare ad altri quella via per la quale caminando egli stesso errò, anzi, per aventura, coloro che si smarrirono hanno meglio

ITALICA Volume 79 Number 3 (2002)

ritenuto nella memoria i fallaa sentieri e dubbiosi che chi si tenne pure
per la dritta. (XXV)

La teorizzazione, già nelle pieghe del Decameron, di una scrittura letteraria terapeutica, indirizzata al beneficio di chi erra e al soccorso dei bisognosi, si accresce nel Galateo di nuove risonanze. La didattica dell'esemplarità, condivisa dai due scrittori, è filtrata dal Della Casa non solo attraverso il paradigma umanistico delia docta igriorantia, paradosso di una sapienza conseguita attraverso gli ammaestramenti di colui che non sa;4 nel Galateo si affaccia anche la polemica contro quel naturalismo boccacciano che negava all'usanza un valore nel processo educativo e condannava alla sconfitta ogni sforzo pedagogico qualora questo si ponesse in contrasto con le forze della natura. E la natura, per Boccaccio, la vera guida dei comportamenti individuali, almeno secondo il 'credo' dell'unica novella che la voce narrante esterna si riserva di raccontare come di propria invenzione, portatrice di un messaggio apparentemente vicino alle posizioni di un autore altrimenti elusivo. Nessun modello paterno, nessuna fuga dalla società o abitudine al romitaggio dissua- dono il giovane Balducci del Decameron dal credere che le femmine incon- trate in città siano una cosa bellissima: [Filippo Balducci] sentì inconta- nente più aver di forza Za natura che il suo ingegno; e pentessi d'averlo [il figlio] menato a Firenze" (TV Intr., 29).5

Ben diverso è il tono del maestro dellacasiano, nel tratteggiare in chiusura dell'opera l'immagine del puer da piegare:

E se nella mia fanaullezza, quando gli animi sono teneri ed arrendevoli, coloro a' quali caleva di me avessero saputo piegare i miei costumi, forse alquanto naturalmente duri e rozzi, ed arnrnollirgli e polirgli, io sarei per aventura divenuto quale io ora procuro di render te, il quale mi dèi essere non meno che figliuol caro.Ch6, quantunque le fone della natura siano grandi, non di meno ella pure è assai spesso vinta e corretta dali'usanza, ma vuolsi tosto incominaare a farsele incontro ed a rintuzzarla prima che ella prenda soverchio potere e baldanza. (XXV)~

Ii faiiimento dell'ipotesi erernitica nella novella di Boccacao presup pone la naturalità dello spazio civile, incarnata nell'incoercibile forza d'amore, nonché il fallimento dell'educazione all'asocialità. Della Casa sembra ancora ricordare l'inane tentativo di Balducci e, in linea con Boccaccio, dissociarsi apertamente dalla pedagogia antinaturalistica pro- pugnata da tale figura paterna: proprio nel momento in cui dedica il suo modello educativo "a chiunque si dispone di vivere non per solitudini o ne' romitorii, ma nelle città e tra gli uomini" (I),Della Casa elegge come proprio pubblico ideale la brigata, non l'eremita. Non diversamente da Boccaccio, Della Casa descrive l'uomo quale essere sociale per eccellenza: la natura umana trova il suo compimento proprio nel contesto della società, quasi non esistesse uno iato tra la sfera naturale e quella civile. Opposte sono tuttavia le problematiche esplorate nei due passi conside- rati. Boccaccio materializza nella figura di Balducci, per presto negarla, l'ipotesi di un ascetismo astratto dal sociale, irrealizzabile in quanto seguire la natura significa proprio vivere nella società spronati da amore. L'utopia del monsignore consiste nella realizzazione di quella stessa socialità che, pur conseguendo dalla natura, richiede di essere corretta dalle arti pedagogiche. Facilmente (anzi inevitabilmente) realizzabile per Boccaccio, la socialità è diventata nel Galateo ideale da conseguire a fatica, rintuzzata dalla comune indifferenza per il benessere altrui: la maggio- ranza degli uomini ne ignora i principi,

i sensi amano ed appetiscono il diletto presente . . .e perciò schifano anco la ragione e par loro amara. . . . E perciò, sì come teneri e vezzosi, rifiu- tiamo di assagsiarla e ricopriamo la nostra viltà col dire che la natura non ha sprone o freno che la possa né spingere né ritenere. (XXV)

L'ideale del Galateo resta fino alla fine civile e sociale, l'unico natural- mente proprio all'uomo secondo la tradizione aristotelica: "la natura istessa . . .castiga con aspra disciplina" quando, infrangendo gli uomini la norma di una piacevole e aggraziata convivenza, li priva di tale privi- legio sociale (I).7 L'inciviltà non offende una legge umana, ma la stessa natura, che a sua volta deve essere tenuta a freno dalla ragione affinché non si realizzi quale abbandono agli appetiti sensuali. Natura, ragione (essa stessa forza naturale) e civiltà si risolvono nell'unità e sono pari- menti ignorate dall'uomo, perché "noi non le ascoltiamo più":

ma le più persone [non correggono la natura con l'usanza], anzi, dietro all'appetito sviate e sanza contrasto seguendolo dovunque esso le torca, credono di ubidire alla natura, quasi la ragione non sia negli uomini natural cosa, anzi ha ella, sì come donna e maestra, potere di mutar le corrotte usanze e di sovenire e di sollevare la natura, ove che ella inchini

o caggia alcuna volta. (XXV)~

Il modello pedagogico stilato da Della Casa mira all'individuazione e aila correzione delle corrotte usanze, contrarie ai sensi e alla ragione, in nome di un ideale di discrezione e misura (l'agire "mezzanamente"). Come tuttavia insegnare la virtù agli uomini, se la discrezione I? attributo divino piuttosto che umano, secondo quanto rivela il sogno del buon messer Flaminio Tomarozzo (m?Il principio boccacciano di una naturalitas vincente, dispiegato in tante novelle durante le dieci giornateI9 diventa nel pensiero di Della Casa paradigmatico di un reale da biasimare. Le riserve già avanzate dal Bembo contro l'immoralità contenutistica di un certo Boccaccio basso e umile (la sua mancanza di "prudenzaUe di "giudizio"), che non toccano tuttavia lo stile ("buono" e "leggiadro" in ogni caso),lO si sostanziano, nel Galateo, da un lato neli'attenzione privile- giata, già segnalata da Ettore Bonora, per le novelle delle giornate "cortesi" del Decameron,ll dall'altro nella rilettura del centonovelle come raccolta esemplare di segno prevalentemente negativo, repertorio di aneddoti rap presentativi di situazioni da cui rifuggire e di infrazioni ad un ideale nor- mativo.12 Il progetto dellacasiano di investigare "quali sono quelle cose che dilettano generalmente il più degli uomini e quali quelle che noiano" così da poter "agevolmente trovare quali modi sieno da schifarsi nel vivere con esso loro e quali siano da eleggersi," si realizza realmente solo nella sua pars destrums, come si affretta a precisare lo scrittore:

diciamo adunque che ciascuno atto, che è di noia ad alcuno de' sensi, e ciò che è contrario all'appetito, e oltre acciò quello che rappresenta da immaginazione cose male da lei gradite, e similmente ciò che lo Intelletto have a schifo, spiace e non si dèe fare. (11)

Paradossalmente il giovane destinatario del Galateo viene invitato a rifuggire i modi tenuti dai personaggi decameroniani, ma allo stesso tempo il trattato sembra richiedere al lettore una familiarità compiuta proprio con il testo proscritto.l3 Le citazioni dal Decameron poggiano sulla forza antonomastica dei personaggi boccacciani non occorre al peda- gogo richiamare di volta in volta il contenuto delle singole novelle, il nome di un personaggio o un tratto che lo caratterizzano saranno suffi- cienti all'intendente lettore per abbracciare l'intero caso. Prima ancora che lettore di Della Casa questi sarà buon conoscitore dell'opus boccac- ciano. Se l'interlocutore privilegiato del vecchio idiota è un "suo giova- netto," identificato nel nipote Annibale Rucellai, il discorso sembra poi scivolare in più punti in direzione di una più ampia "brigata" di parlanti1 ascoltatori, memore di quella decameroniana e comunque ben istruita su quanto presso tale brigata si raccontava. Ilcontesto decameroniano è però passato al filtro della censura; non solo i temi troppo "sottili" o "isquisiti" sono da evitare, secondo l'avvertenza del vecchio pedagogo, ma soprat- tutto "vuolsi diligentemente guardare di far la proposta tale che niuno della brigata ne arrossisca o ne riceva onta. Né di alcuna bruttura si dèe favellare, comeché piacevole cosa paresse ad udire" (M).Lo stesso avviene nel quadro dei riferimenti alla brigata boccacciana, contro la quale (piut- tosto che contro l'autore della stessa) Della Casa scaglia l'accusa di eccessi verbali, di "peccati della lingua."14

Lo scrittore sostiene certo la necessità della "convenevolezza de' modi e delle maniere e delle parole" (I), ma tale concetto di convenienza si presta ad una ambigua lettura, oscillante tra un'accezione linguistica ed una di carattere più strettamente etico. Della Casa insiste in primo luogo su un concetto di convenienza che consiste nell'abilità ad uniformare parole e cose (rappresentazione comica per una materia comica), perché buona lingua è quella adeguata ai contenuti: ancora vogliono esser le parole il più che si può appropriate a queilo che altri vuol dimostrare, e meno che si può comuni ad altre cose, percioché così pare cheile cose istesse si rechino in mezzo e che eile si mostrino non con le parole, ma con esso il dito. (XXII)

Conveniente è adeguare i verba alle res, l'espressione al contenuto, l'enunciazione alla materia: le parole devono esser pronte e seguire natu- ralmente le cose ("bisogna aver quello accidente o novella o istoria, che tu pigli a dire,bene raccolta nella mente, e le parole pronte ed apparecchiate," XXI), e le cose stesse devono essere adeguate al contesto ("con maggior piacere si suole ascoltare e, più, aver dinanzi agli occhi quello che si dice esser avenuto alle persone che noi conosciamo (se l'svenimento è tale che si confaccia a' loro costumi)," XXI). Il favellare dei narratori boccac- ciani è un narrare visivo, ed è talmente "ordinato e bene espresso e rap- presentante i modi, le usanze, gh atti ed i costumi di coloro de' quali si parla, sì che all'uditore [è] aviso di non udir raccontare, ma di veder con gli occhi fare quelle cose che tu nani" (XXI).15

Allo stesso tempo, tuttavia, il principio di convenienza richiede al par- lante anche l'adesione ad una norma etica stabile, il modello del genti- luomo. Èin rapporto a questo ideale che l'esposizione dei novellieri boc- cacciani("seio non erro," nota Della Casa) è talora da biasimare: "gli uomini e le donne del Boccaccio . . . pure talvolta .. . si contraface[vano] più che a doma o a gentiluomo non si sarebbe convenuto, a guisa di coloro che recitan le comedie"(XXI).l6 Per Castighone, nel Libro del Cortegiano, il 'contraffarsi' è marchio del comico, operazione di per sé Wtuosistica, e prova di ingegno è il "far ridere contrafacendo o imitando," purché "la dignità del gentiluomo" non venga offesa da "parole sporche" o da "atti men che onesti" e buffoneschi.17 Così, secondo Della Casa, la bontà del novellare è misurata dall'adesione dello saittore ad una poetica della sele- zione, da attuare filtrando i contenuti imprudenti attraverso la leggiadria dello stile, discostando la lingua dai costumi descritti, mitigando lo sconcio con una lingua depurata ed evitando un'imitazione che oltrepassi i con- fini del dignitoso.

La rappresentazione "conveniente" di un modello ideale nei colori vivaci dell'osservabile si ritrova nella riscrittura dellacasiana della prima novella della decima giornata del Decameron, che diventa materia del quarto capitolo nel Galateolg: dell'esempio di virtùnel Decameron, la versione di Della Casa rivela l'insufficienza e la necessità di revisione. Incentrato su un caso di magnanimità esemplare ma allo stesso tempo riproducibile in azione concreta, secondo le intenzioni dei novellatori boccacciani,19 l'aneddoto decamemniano è trasformato, nel Galateo, in un raro esempio di virtù assoluta, e si distingue dalle tante rappresentazioni in negativo dellevirtùminori che formano la vera sostanza del libretto (gli"sconci modi che noi l'uno con l'altro usiamo," XXVlQ.20 L'intero capitolo quarto del trat- tato è tanto più importante quanto più si riaiiaccia alla genesi immaginaria dell'opera: messer Galateo è colui, saive Delia Casa, "a petizion del quale e per suo consiglio presi io da prima a dettar questo presente trattato" (TV), e il trattato si apre proprio in nome dello stesso "Galateo,"21 il discreto famigliare del vescovo Giberti, "uomo già pieno d'anni, molto scienziato ed oltre ad ogni credenza piacevole e ben parlante e di grazioso aspetto, [chle molto avea de' suoi dì usato aile corti de' gran signori" 0.

Questi è alter-ego del vero Galeazzo Florimonte, vescovo d'Aquino e di Sessa Aumnca che, "inflessibile riprensore e rampognatore della corruzione del suo tempo,"u indusse Della Casa a saivere il trattato, secondo quanto testimonia l'avvertenza Ai lettori che Erasmo Gemini, segretario di Della Casa, aveva premesso alla editio prinq delle Rime e prose (Venezia, 1558), stilata con un gusto aneddotico che ben si appaia al racconto del Galateo.=

In quest'ultimo, preso congedo dal vescovo di Verona Giovanni Matteo Giberti, paragone di cortesia e liberalità, presso il quale era stato ospite più giomi, il conte Ricciardo è accompagnato lungo il suo cammino da un "discreto famigliare" del vescovo, messer Galateo, e per suo tramite riceve dalio stesso vescovo un dono, in forma di cortese rimprovero per un certo suo modo di masticare. Della Casa innesta la polemica contro le cattive maniere tenute a tavola, corollario del vizio della gola, sul ramo dei "peccati minori," secondo il principio fissato nella premessa al trattato ("essere costumato e piacevole e di bella maniera . . . è o virtù o cosa molto a virtù somigliante," I)24; di esse, in calce all'aneddoto del Galateo, viene fornita una vivace rappresentazione:

Ora, che crediamo noi che avesse il vescovo e la sua nobile brigata detto a coloro che noi veggiamo talora a guisa di porci col grifo nella broda tutti abbandonati non levar mai alto il viso e mai non rimuover gli occhi, e molto meno le mani, dalle vivande? E con amendue le gote gonfiate, come se essi sonassero la tromba o soffiassero nel fuoco, non mangiare, ma trangugiare. (v)

Nonostante l'apparente enfasi sul peccato da emendare, non è tanto la maniera inopportuna del cavaliere, unica macchia di una figura altrimenti impeccabile, ad attirare l'attenzione del monsignore, quanto piuttosto il procedimento con cui la cura e la correzione del vizio vengono amministrate. La questione del prendere il cibo secondo forme accettabili dal punto di vista delle buone maniere, e in particolare il precetto di non masti- cmrumorosamente a tavola, hanno una lunga storia nella trattatistica medievale: dal biasimo di Ugo di San Vittore per l'irrequietezza dei monaci a tavola, ripreso quasi alla lettera da Vincenzo di Beauvais per un pubblico laico, alla cura educativa di Egidio Romano e alle cortesie conviviali auspicate da Bonvesin da la Riva, si giunge, in anni ormai prossimi a queiii del trattato dellacasiano, alle attenzioni pedagogiche di Erasmo da Rotterdarn.25 Quello che pare di rilievo nell'aneddoto di Della Casa è tuttavia proprio l'atteggiamento cortese con cui il dono-consiglio correttivo viene amministrato: anche il controllo sociale deve seguire le regole dell'etichetta.26

Al cuore della stona del Galateo, come già di quella del Decameron, sta infatti il manifestarsi della virtù liberale nella sua forma più consueta, la consegna di un dono; in entrambe le narrazioni il protagonista (un cava- liere toscano, messer Ruggieri de' Figiovanni nel Decameron; il cavaliere Ricciardo nel Galateo) è ospitato da un personaggio ragguardevole per nobiltà e liberalità. Nella novella di Boccaccio il re di Spagna offrirà il suo dono solo dietro indiretta richiesta, mentre nella risaittura dellacasiana il vescovo Giberti gratificherà il cavaliere senza alcuna sollecitazione preven- tiva. Le due narrazioni procedono in maniera analoga, e nell'una come nell'altra storia si possono distinguere tre sequenze di azioni speculari.

I. La visita (di più giorni) da parte di un personaggio di elevata nobiltà e grandezza ad un signore ?arimenti virtuoso e socialmente superiore.

Nel Dmmm Ruggieri è "ricco e di grande animo," e alla corte spagnola "splendidamente vivendo e in fatti d'me maravighose cose faccendo, assai tosto si fece per valoroso cognoscere"; "la fama del valore" di Aifonso re di Spagna "quella di ciascun altro signor trapassava a que' tempi" (X 1, 4-5). Nel Galateo Ricciardo appartiene alla nobiltà (è conte), e dalla corte vescovile è commendato e apprezzato in quanto "gentilissimo cava- liere parea ...e di bellissime maniere"; il vescovo Giberti, che lo ospita, è "molto savio di scrittura e di senno naturale" e "fra gli altri suoi laude- voli costumi si fu cortese e liberale assai a' nobili gentiluomini che anda- vano e venivano allui." Il vescovo dellacasiano, tuttavia, usa discrezione e convenienza (onora i gentiluomini che frequentano la sua casa "con magni- ficenza non soprabondante, ma mezzana, quale conviene a chierico); il re boccacciano amministra la sua liberalità con apparente mancanza di oculatezza ("ora a uno e ora a un altro dona . ..castella e città e baronie assai poco discretamente, sì come dandole a chi no1 valea," X 1,6).

II. La richiesta di commiato da parte &lllos@te e il suo viaggio di ritorno a cavallo.

Nel Decameron messer Ruggieri "di partirsi diliberò e al re domandò commiato" (X 1,6). Anche nel Galateo viene indicato come nodale solo il momento del congedo: ". . . avendo già il conte preso commiato e doven- dosi partir la matina vegnente. . . ." Al seguito dell'ospite in viaggio, in entrambe le storie, troviamo un "discreto famigliare." Nel Decameron "commise il re a un suo discreto famigliare27 che, per quella maniera che miglior gli paresse, s'ingegnasse di cavalcare con messer Ruggieri" (X l$). Nel Galateo "il vescovo, chiamato un suo discreto famigliare, gh impose che, montato a cavallo col Conte, per modo di accompagnarlo, se ne andasse con esso lui alquanto di via; e, quando tempo gli paresse, per dolce modo gli venisse dicendo quello che essi aveano proposto tra loro." Dietro richiesta del proprio superiore il famigliare dovrà in un caso investigare sulle opinioni dell'ospite e invitarlo a fare ritorno con lui presso il re (Decameron); nell'altro consegnare "direttamente' il dono all'ospite, poi fare ritorno da solo al vescovo (Galateo).

111. 11dono.

Nel Decameron Ruggieri, di ritorno alla corte spagnola secondo l'ingiunzione del famigliare, biasima le maniere tenute dal re nel ricom- pensare gli ospiti. Rivolgendosi al sovrano con "aperto viso," lo apostrofa con "Signor mio." 1re lo riceve "con lieto viso" (X 1,13-14). Nel Galateo è invece l'intermediario, Galateo, ancora sulla strada del ritorno, a rivolgersi al conte Ricciardo in simil modo: "con lieto viso gli venne dolcemente così dicendo: -Signor mio." Qui è Galateo-Galeazzo a sostituirsi al vescovo (o al re boccacciano), e ad acquisirne le prerogative ammonitone e pedago- giche, secondo l'intenzione dellacasiana di stendere un elogio nei con- fronti del committente del suo trattato.28

Nell'aneddoto del Gahteo, come nella novella del Decameron, il donare è finalizzato ad ovviare ad una mancanza dell'ospite (mancanza di fortuna nell'episodio di Boccaccio, scorrettezza nel prendere il cibo nell'aneddoto di Della Casa). Solo a prima vista quella dei due aneddoti è la liberalità che un superiore amministra con benevolenza ad un inferiore, secondo il precetto gerarchico che il monsignore già sosteneva nel suo De oficiis inter potentimes et tenuimes amic0s.2~ Se Della Casa ricava dalla novella decame- roniana uno schema novellistico semplice, e ne mutua la descrizione di una liberalità amministrata gerarchicamente dall'alto al basso, il modello di cortesia da lui elaborato si allontana tuttavia dalle intenzioni boccac- ciane. Nella riscrittura vengono infatti superate le ambiguità ideologiche dell'ipotesto, esempio di liberalità imperfetta, anche se intesa nel senso tradizionale di munificenza e offerta di beni d'uso, addirittura simboli del potere regale stesso. Non solo cortesia e riconoscimento del valore altrui sono stati presto dimenticati in Toscana, ma anche in Spagna la quete iniziata da Ruggieri30 si scontra con un'amministrazione della liberalità che, pur restando attributo regale, è sottomessa al potere della fortuna (il donare senza discrezione di re Alfonso).31 Per Boccaccio discrezione e liberalità sono virtù di un tempo ormai passato; Ruggieri ne è alla ricerca, in quel reame lontano di Spagna dove forse tali virtù potrebbero avere trovato l'ultimo rifugio. La sua delusione è il corollario di una scoperta dolorosa: anche presso re Alfonso la liberalità è figlia della fortuna, non della virtù. La finale gratificazione dell'ospite da parte del sovrano, pur se rispondente ad un criterio di riconoscimento del merito (dopo che altri, ma non Ruggieri, erano stati ingiustamente remunerati dalre), avviene a seguito delle di lui rimostranze, e dunque contro il caposaldo, già definito da Dante nel Convivio (e mutuato dall'Etica nicomachea) della gratuità del vero dono, da amministrare prontamente e lietamente in quanto, qualora sia ottenuto dietro richiesta, altro non è che mercimonio:

la virtù dee avere atto libero e non sforzato. Atto libero è quando una persona va volentieri ad alcuna parte, che si mostra nel tener volto il viso in quella; atto sforzato è quando contro voglia si va, che si mostra in non guardare ne la parte dove si va.32

La "pronta liberalitade" si manifesta piuttosto nel "dare non domandato" deli'aneddoto dellacasiano, dove l'accento è riservato alla gratuità del dono, in fede al principio secondo cui, come scrive Andrea Capellano, "cosa dimandata è mezza comperata,"33 e come vuole Dante, '"l doman- dato è da una parte non vertù ma mercatantia, però che lo ricevitore compera, tutto che '1 datore non ~enda."3~

Alla liberalità indiscreta di Alfonso, che dona dove non conviene, si oppone l'intermediazione discreta del suo famighare, e soprattutto l'invito alla discrezione contenuto nelle parole di Ruggieri, che non solo restituisce la cortesia al campo che le compete, come ricompensa della virtù, ma la riconduce pure all'ambito della convenienza. Della Casa sposta l'ambito della liberalità ad un piano ormai interamente ideale, pur nel contesto storicamente riconoscibile di una precisa corte vescovile, e soprattutto sostituisce a quella che è ormai solo la pallida copia del bmefcium signorile un nuovo tipo di dono: nella sua forma più pura, è il dono della corte- sia, alieno dagli errori della fortuna e possibile solo in un contesto di perfe- zione che accomuna il donatore al ricevente all'intermediario. Ii "farnulo" boccacciano diventa il protagonista della novella dellacasiam l'elevazione di un famigliare a diretto dispensatore di cortesia, anche se dietro richiesta del vescovo, è resa possibile solo attribuendogli una facoltà di discrezione che, qualità divina più che umana, mette in oblio le tradizionali gerarchie. Il dono testimonia il pari valore di colui che dà e di colui che riceve. Senza alcuna contraddizione interna, la definizione di liberalità dellacasiana è in linea con quanto due secoli prima teorizzava Paolo da Certaldo, in quanto aderisce al criterio di una virtù equamente presente in tutti i partecipanti all'atto cortese:

Sempre quando doni, guarda a tre cose: la prima, chi tu se' che doni, e dona dono che si confaccia a te che doni. La seconda cosa che dei guatare si è che tu guardi che tu doni, e agguaglia il dono che fai a lo stato tuo. La terza cosa che dei guatare si è che tu guati a cui tu doni, e s'egh è uomo che vaglia il dono che tu fai.35

Il consiglio offerto a Ricciardo per intermediazione di Galateo è dono nel suo valore più puro, oggetto di cortesia rivolto a chi ha già "beiìissime maniere," offerto da parte di chi è descritto come "cortese e libe- rale," in osservanza al precetto dantesco:
per che li savi dicono che la faccia del dono dee essere sirnigliante a

quella del ricevente, cioé a dire che si convenga con lui, e che sia utile: e
in queilo è detta pronta liberalitade di colui che così dicerne donando.S6

L'aneddoto non solo dà spazio a quel concetto di liberalità che, quale virtù superiore e dunque posta "in opera più di rado," Della Casa si pro- poneva, in apertura del trattato, di escludere dalla trattazione del Galateo.37 Soprattutto, esso risistema l'assunto al cuore della novella decameroniana, in cui la liberalità cortese, perdendo il suo valore di virtù, habitus proprio deli'uomo nobile e magnanimo, si riduceva ad ancelia di una fortuna naturalmente indiscreta e iniguardosa di ogni convenienza. Nel Galateo, il dono che viene offerto a Ricciardo è la stessa virtù della cortesia, è dono di una pedagogia e di un'arte della socialità resa perfetta. Le ambiguità del donare che la novella del Decameron denunciava implicitamente sono cancellate da Della Casa, il cuiuso del modello serve a rinsaldare il propo- sito correttivo della sua scrittura. Il "lieto viso" di messer Galateo al momento di amministrare il dono al conte (accompagnato daila richiesta che tale dono sia ricevuto con "lieto animo") ripete il "lieto viso" diAlfonso, che solo in chiusura della novella assume i caratteri, anche fisionomici, del re magnanimo: la liberalità reca i tratti della gioia, e corrisponde al dare 'con piacere' o almeno 'senza dolore' dell'Etica nicom~chea.~~

Strategicamente posto in apertura del trattato, ma quasi mimetizzato nel contesto delle norme che il pedagogo ha iniziato a stilare, l'aneddoto traspone ad un livello quasi emblematico lo stesso atto di scrittura di Della Casa, che qui si presenta nelle vesti di un donatore (come Galeazzo) privo di finalità che esulino dalla più sincera liberalità. L'opera di intermedia- zione tra autore e lettrici che Boccaccia demandava al suo volume, Prencipe Galeotto, è affidata nel Galateo ad un personaggio reale e fittizio al con- tempo, e identificabile con lo stesso trattato. Nel medesimo tempo sem- brano ribadite attraverco l'aneddoto sia la difficoltà di predicare la magnanimità nella vita quotidiana degli uomini, sia la necessità di relegare tale virtù allo spazio astorico ed ideale di una favola riscritta. È significativo che, in conclusione del trattato, al momento di ribadire le finalità della propria opera, Della Casa giustifichil'aneddoto come funzionale al proprio percorso pedagogico che vuole concentrarsi sugli errori degli uomini piuttosto che sui loro peccati, non su vizi e virtù ma "solamente [sulgli acconcie. . .sconci modi che noi l'uno con l'altro usiamo." Non è la liberalità, difficilmente insegnabile agli uomini, a costituire secondo l'autore il nucleo della storia del "discreto famighue," bensì lo "sconcio modo" del conte Ricciardo: "che, come difforme e male accordato con gli altri costumi di lui beli e misurati, quel valoroso vescovo, come buono ed ammae- strato cantore suole le false voci, tantosto ebbe sentito" (XXVIIi). Tratteggiata rapidamente nel corso dell'aneddoto, la maniera inappropriata del conte Ricciardo è alla fine riportata da Della Casa al centro dell'attenzione quale esempio di errore giustamente corretto, allontanando in tal modo lo sguardo del lettore da quel nucleo tematico, pertinente alla magna- nimità, che il monsignore mutuava da Boccacao e costituiva la risposta alla sua novella.

BoccacSsta "mediano," uitico e ironico, appare il Della Casa nei conte- nuti del suo trattato oltre che nelle forme linguistiche. Non solo l'inclusione di forme decarnemniane nel Galateo oltrepassa le necessità di un repertorio esemplificativo ed aneddotico, ma lascia il segno anche nei meandri della stessa immaginazione affabulatoria di Della Casa, ne diventa fonte e occasione per la ricostruzionedi un codice etico.
PAOLA MARCONI TheJohns Hopkins University

NOTE

I~utuola prima definizione da B. Maier, "Introduzione" al Galateo nell'edizione Mursia del 1971, saggio poi incluso col titolo "I1 Galateo di Giovanni Della Casa tra ideo- logia della 'misura' e fenomenologia comportamentale" nella raccolta Da Dante a Croce. Saggi di letteratura italiana 139-40. Di "boccaccismo mediano" parla C. Berra in "I1 Galateo fatto per scherzo," Per Giovanni Della Casa. Ricerche e contributi 271-335. Cfr.inoltre l'introduzione di G. Barbarisi alla edizione da lui curata per Marsilio (1991).

2~1dissenso di Delia Casa riguardo l'osservanza bembiana e la sua adesione ad alcuni punti cari ai teorici dell'Accademia Fiorentina concorrono a chiarire le intenzioni presu- mibilmente parodiche dell'esordio del Galateo, stilisticamente troppo alto e troppo boccacciano nei modi per non essere sentito come "esibizione ludica" da parte deli'"idiota" pedagogo. I1 proclamare le sue stesse maniere "poco aggradevoli e quasi oscure" sarebbe piuttosto un "ticlinguistico giocosamente sottolineato nell'ilietterato precettore." Imrna- ginando per il suo "narratore" una nascita fiorentina, secondo il testo dell'editioprinceps e in contrasto con quanto dichiarato nelia redazione manoscritta, l'autore limitava tuttavia la portata polemica dell'operazione originale, ossia la scelta di un parlante non fiorentino ma toscaneggiante per la lingua (cfr. pure B. Castiglione, Il Cortegiano, "Dedicatoria dell'opera" ii). L'esame della portata di tali scelte linguistiche è in S. Morgana, "Le 'lingue' del Galateo," nella raccolta Per Giovanni Della Casa. Ricerche e contributi, a cura di G. Barbarisi e C. Berra 337 e sgg. Per la contiguità tra le posizioni linguistiche espresse da Delia Casa rispettivamente nel Galateoe nel Frammento sulle lingue, cfr. C. Scarpati, "I1 frammento sulle lingue di Giovanni Della Casa," Vestigia. Studi in onore di Giuseppe Billanovich 661-80. Dello stesso autore, cfr. le "Osservazioni intorno al, Frammento sulle lingue" in G. Barbarisi e C. Berra 240-51.

3Aristotele, Etica nicomachea 11, 1104b, 11-13. Inoltre, "la virtù etica . . . deriva dall'abitudine, dalla quale ha preso anche il nome (q . . . T)~LK~

€5 E~OUCTIEPLY~VETUL) con una piccola modificazione rispetto alla parola 'abitudine,"' Aristotele, ibid., 11, 1103a, 17-19. Sulla lettura dell'Etica da parte di G. Della Casa, si veda E. Saccone, "Monsignor Della Casa tra galateo e bosco," Modern Language Notes 10P-10.

411 processo conoscitivo, secondo Della Casa, è reso possibile a partire dalla perce- zione del contrario: "percioché in vedendo il buio si conosce quale è la luce, ed in udendo il silenzio si impara che sia il suono, si potrai tu, mirando le mie poco aggradevoli e quasi oscure maniere, scorgere quale sia la luce de' piacevoli e laudevoli costumi" (XXV). Sulla necessità dei contrari, cfr. B. Castiglione, Il libro del Cortegiano II.ii ("niuno con- trario è senza l'altro suo contrario"). Cfr. inoltre Rosalie Colie, Paradoxia Epidemica. The Renaissance Tradition of Paradox 15 ("Folly teaches wisdom because man, a mis- take maker, learns only from the mistakes he makes").

5~1corsivo nel testo citato è mio. Boccaccia sostiene le ragioni della natura: "alle cui leggi, cioè della natura, voler contrastare troppo gran forze bisognano, e spesse volte non solamente invano, ma con grandissimo danno del faticante s'adoperano. Le quali forze io confesso che io non l'ho né d'averle disidero in questo . .." QV. Intr.). La tematizzazione della preminenza della natura rispetto ad ogni tentativo umano di rntuzzarla, nonché del potere di amore su quanti cerchino di resistergli, investe le novelle della quarta gior- nata e, a ritroso, la novella di Alibech QII. 10). Si veda per questo R. Fedi, "I1 regno di Filostrato. Natura e struttura della giornata IV del Decameron" 48. L'identificazione di natura e amore torna nella novella di Cimone p.l), in cui gli originari rozzi modi del protagonista, insensibile a qualunque intervento pedagogico, sono piegati dall'amore: la successiva crescita intellettuale e civile di Cimone è il risultato all'apparenza miracoloso di un processo naturale. Una pedagogia di matrice amorosa usciva già dalle pagine della Comedia delle ninfe fiorentine, dove la rinascita di Ameto alla civiltà avviene attraverso l'innamoramento e l'esposizione aila parola delle ninfe devote a Venere: "[Amore], del ben vivere umano maestro e regola, purga di ogni negligenzia, di viltà, di durezza e d'avarizia li cuori de' suoi seguaci; e [rende] loro esperti, magnanimi e liberali e d'ogni piacevo- lezza dipinti" (I. 7).

ohche in questo caso il corsivo è mio. Gli avvertimenti che Leon Battista Alberti avanzava a proposito del1"'officio senum erga iuvenes et minorum arga maiores et de educandis liberis" muovevano dailo stesso principio: "e1 male uso wrrumpe e contamina ogni bene atta e bene composita natura: la buona consuetudine a tempo vince ed emenda ogni appetito non ragionevole e ogni ragione non perfetta" (Ilibri della famiglia I. 77).

7"~essuno, infatti, sceglierebbe di possedere tutti i beni a costo di goderne da solo: l'uomo, infatti, è un essere sociale e portato per natura a vivere insieme con gli altri. Questa caratteristica, quindi, appartiene anche all'uomo felice" (Aristotele, Etica nico- machea IX. 1169b, 17-20).

8~ullariconciliazione di Natura e Ragione in Erasmo da Rotterdam, vedi il De civili- tate monunpuerilium I: "At non statim honestum est quod stuitis placuit, sed quod naturae et rationi wnsentaneum est."

9~lassiwè lo studio di Aldo Scaglione sul naturalismo boccacciano, Nature and Love in the Late Middle Ages, dove viene individuata la continuità dell'atteggiamento boccac- ciano nel corso della sua produzione letteraria: "even after his 'wnversion' Boccaccio's world remains ostensibly founded on natura1 arguments. Nature still is the maestra delle cose who cannot be rightfully blamed"; ancora nelle Genealogie la sua stessa carriera poetica è presentata in termini di spontaneità, sviluppatasi "for the inner urging of its own most ancient disposition" e "with no outside help, rather against his father's obstinate resist- ance" (124-25). La tesi della imbattibilità delle forze naturali agenti sull'uomo, ribadita nelle Genealogie deonun gentilium (W.15), è infatti vicina all'assunto della novelletta delle papere: "curn nemo sit tempestate hac ade0 demens iuvenculus aut simplex puellula, que, movente illecebri appetitu ingenium, longe, ut in id veniat quod exoptat, acutiora non noverit quam is, qui se talium preceptorem fore precipuum arbitratus est, doceat." Si veda per questo F. Sanguineti, "La novelletta delle papere nel Decameron," Belfagor 140. Per una lettura in chiave tomistica dell'opera boccacciana, cfr. V. Kirkham, The Sign of Reason in Boccacciok Fiction (7-15), dove viene piuttosto evidenziata la centralità del principio della ragione nel sistema etico del Decameron ("Nothing without reason").

1°.'ch6 quantunque del Boccaccio si possa dire, che egli nel vero alcuna volta molto prudente scrittore stato non sia; con ciò sia cosa che egli mancasse talora di giudici0 nello scrivere, non pure nelle altre opere, ma nel Decamerone ancora; nondimeno quelle parti del detto libro, le quali egli poco giudiciosamente prese a scrivere, quelle medesime egli pure con buono e con leggiadro stile scrisse tutte; il che è quello che noi cerchiamo" (P. Bembo, Prose della volgar lingua 87).

ll~ull'attenzione del Della Casa ("scelta condizionata . . . dal modo nel quale il Della Casa interpretò il significato del capolavoro boccaccesco") per i temi "della cortesia e della saggezza" nel Decameron, cfr. E. Bonora, "I1 boccaccismo del Galateo," Retorica e invenzione 131-32.

12~ellaCasa si inserisce nella tradizione trattatistica che prescrive un esempio attra- verso la negazione del suo opposto, sulla scia di Ugo da San Vittore che, nel De instifutione novitiorum libec fa prevalere la descrizione dei difetti su quella delle virtu. Riproduce allo stesso tempo il modello offerto dai Caratteri di Teofrasto, galleria di vizi impersonati da figure e situazioni esposte al biasimo.

13che la critica del Galateo ai singoli episodi del Decameron abbia condizionato la successiva ricezione dell'opera boccacciana è pure testimoniato dalla lettura che della novella di Giotto e di Messer Forese da Rabatta (VI. 5) proporrà Torquato Tasso (Dell'arte del dialogo I. 37-38). Della Casa mutua dal quarto libro dell'Etica di Aristotele l'attacco contro la falsa modestia proprio dell'iipov; a sua volta Tasso mette a tacere l'elogio boccac- ciano alla modestia di Giotto, e riecheggia piuttosto il biasimo del Galateo nei confronti dello stesso pittore, "colpevole" di superbia in quanto "ricusò convenevole onore." Cfr. Galateo XIII: "Per la qual cosa si potrebbe per aventura dire che Giotto non meritasse quelle commendazioni che alcun crede per aver egli rifiutato di essere chiamato maestro, essendo egli non solo maestro, ma, senza alcun dubbio, singular maestro, secondo quei tempi. Ora, che che egli biasimo o loda si meritasse, certa cosa è che chi schifa quello che ciascun atto ['altro'?] appetisce mostra che egli in ciò tutti gli altri biasimi o disprezzi; e lo sprezzar la gloria e l'onore, che cotanto è dagli altri stimato, è un gloriarsi ed onorarsi sopra tutti gli altri."

14La "nobile" brigata motteggia Dio e i Santi, "sì che ella merita bene di esserne agra- mente ripresa da ogni intendente persona" @I)

in quanto colpevole non solo di scellera- tezza ed empietà, ma anche perché "il parlar di Dio gabbando . . . è ancora vizio di scostu- mata persona, ed è cosa spiacevole ad udire" @i);

così, commentando la quarta novella della sesta giornata del Decameron, il narratore nota che "se Currado avesse fatto ancora meno schiamazzo che non fece, più sarebbe stato da commendare, ché già non conveniva chiamar messer Domenedio che entrasse per lui mallevadore delle sue minaccie, sì come egli fece" (VIII); Dioneo e Filostrato sono biasimati rispettivamente per I'intemperanza

espressiva (Dioneo ha "li modi e plebei," "volgari," XX)e per la scelta di una materia inopportunamente tragica ("in niuna maniera si può scusare il nostro Filostrato della pro- posta che egli fece piena di doglia e di morte a compagnia di nessuna altra wsa vaga che di letizia," XI).

15~aqualità visiva della prosa di Della Casa, ereditata dalla scrittura boccacciana, è riconoscibile nel gusto bozzettistiw delle caratterizzazioni degli "sconci modi." Viene spontaneo estendere in primo luogo alla pratica del buon novellatore l'elogio dell'eloquenza riservato da Della Casa, in un'epistola al nipote Anniiale, a tutti gli scrittori non didascalici. Mentre infatti i didascalici "solo si contentano di procedere per argomenti e d'insegnare sanza muover né dilettare gli animi di chi legge e wntentansi di provar quello che dicono sana persuadere," wloro che usano la retorica per convincere, wme il predicatore ("s'egli è buono oratore") e il frate eloquente, spronano chi ascolta a mettere in atto la virtù. In quanto parola rnimetica, la realizzazione del monito morale in racconto, storia visiva e memorabile,è per Della Casa uno strumento persuasivo di rara efficacia. Della Casa mutua l'elogio della mimesi dal Castiglione, che già wrnmendava i narratori valenti, i quali "wsi piacevolmente narrano ed esprimono una wsa che sia loro intervenuta, o veduta o udita l'abbiano, che wi gesti e wn le parole la mettono inanzi agli occhi e quasi la fan toccar wn mano."Anzi, a wloro che odono pare "vedersi innanziagli occhi far le wse che si narrano," Il libro del Cortegiano 11. xiix.

16per la condanna dei modi tenuti dagli attori e del loro "wntraffarsi" si veda l'articolo di C. Casagrande e S. Vecchio, "Clercs et jongieurs dans la societé médiévale @IIe-Xme siècles),"Annales E.S.C. 913-28.

l'"chi non ride quando nella ottava giornata delle sue Cento novelle narra Giovan Boccaccia come ben si sforzava di cantare un Chirie ed un Sanctus il prete di Varlungo quando sentia la Belwlore in chiesa?" (B. Castiglione, op. cit. 11. xlix). Ma il riso è anche il prodotto di un atto di immaginazione, per cui "chi ode e vede per le parole e gesti nostri" deve immaginare "molto pib di quello che vede e ode": il buffone che crei turbamento non può che meritare il biasimo (ibid. 11. 1).

18stefano Prandi, nell'edizione da lui curata per Einaudi (1994), nota che l'aneddoto del "discreto farnigiiare" è "improntato" sulla novelia X. 1del Decameron. 19"~uestewse e dicendo e faccendo senza alcun dubbio gli animi vostri ben disposti a valorosamente operare accenderà," Decameron D(.Concl. 5.

20~ttoreBonora nota lo spirito novellistiw wn cui Della Casa elabora più passi del suo trattato, in particolare quelle sezioni wme la quarta e la dodicesima in cui personaggi, eloquenza e spirito stesso della narrazione "mal si potrebbero pensare senza il precedente delie novelle d'argomento wrtese del Decameron" (op. cit. 131). Anche secondo Bruno Maier il quarto capitolo si presta a essere letto quale "brev[e] variazion[e] amabilmente noveliistica."

21~nevitabileè notare il boccaccismo del titolo trattato "wgnominato" Galateo riprende il "libro wgnorninato Prencipe Galeotto"), nonché il valore di "ragionamento" assegnato all'opera. Che poi questo ("Trattato / di Messer Giovanni Della Casa, / nel quale, sotto la persona d'un vecchio / idiota ammaestrante un suo giovanetto / si ragiona de' modi, che si debbono o / tenere, o schifare neiia wmune / wnversatione, cognomi- nato / Galatheo / overo de' costumi") non sia dovuto all'autore, sembra almeno indicare quanto la wntiguità wn il Decameron fosse evidente agli antichi curatori del trattato, Erasmo Gemini e Carlo Guaitemi. Si veda l'introduzione di G. Barbarisi all'edizione

Marsilio del Galateo (1991), specialmente le pagine 19-21.

22~.Biadego, "Galeazzo Florimonte e il Galateo di Monsignor Della Casa" 534.

23"~iascuno di voi puote alcuna volta hauere udito ricordare messer Galeazzo Florimonte, al presente Vescouo di Sessa. . . . Aueme adunque, che ritrouandosi egli un giorno in Roma con l'autor nostro, (che assai sovente accadea loro di essere insieme, come quelli, che in amore & vicendeuole beniuolenza erano congiuntissimi & domestichissimi;) d'un in altro ragionameto passando, vennero a dire del viuere ciuile & politico, & della leggiadria & conuenenza de costumi, & delle sconcie & laide maniere, che gli huomini usano bene spesso infra loro; alla fine soggiunse il Vescouo, che aiiui molto a grado sarebbe di vedere intorno a modi che la gente nell'usanza comune dee tenere o schi- fare, un Trattato deiia nostra volgar fauella, accioche piu largamente comunicar si potesse; ma che l'amerebbe vie meglio nello stile di lui che d'altro scrittore, che egli a quel tempo conoscesse & che disponendosi esso accio fare, egli lo parteciperebbe d'alquanti auerti- menti dalli sopra cio raccolti, nel tempo, che egli andò per lo mondo peregrinando, & visitando le Corti de gli Re, & de Prencipi, &d'altri gran Signori;& massimamentein Verona, in casa quel buono & santo Vescouo Giberti; la qual fu appunto uno Asilo de piu dotti & de piu costumati, & insieme de piu religiosi huomini di quel secolo; si come è manifesto a ciascun che '1 conobbe. Perche il nostro Autore, accettato lo 'nuito, & la offerta, si diede come prima poté, a metterla in essecutione." E. Gemini De Cesis, Ai lettori, in Rime, et prose di M. Giovanni Della Casa. Sulla notizia che il Florimonte, tra la fme degli anni Trenta e Quaranta, avesse posto mano ad un "libro di costumanze," anzi un "libro deiie inettie" (come citato negli epistolari), forse il germe del Galateo, si veda G. Biadego, op. cit. 545-46.

24Così secondo la dedicatoria di Erasmo da Rotterdam ad Enrico di Borgogna, pre- messa al De civilitate morum puerilium, "nec inficior hanc [l'educazione] esse crassis- sirnam philosophiae partem, sed ea . . .plurimum conducit at ad conciliandum benevolen- tiam, et ad praeclaras iilas animi dotes oculis hominum commendandas." Pienamente umanistica è la cura rivolta al controllo degli istinti, al fine di una civile convivenza con gli altri. "L'observation des usages," scrive M. Jeanneret, "est la marque extérieure de la noblesse d'esprit, elle manifeste dans l'individu sa bonne nature, ses penchants géné- reux . . . pour Erasme . .. les ~OM~S

moeurs fondent la rectitude morale et il n'y a pas de sagesse, pas de vie pleinement vécue sans maitrise de soi, reconnaissance du respect dil à autrui et contribution au maintien d'une societé policeé." Vedi Des mets et des mots. Banquets etpropos de table d la Renaissance 40-41. Si veda inoltre il capitolo sulla "Gola" in C. Casagrande e S. Vecchio, I sette vui capitali. Storia dei peccati nel Medioevo, e in particolare le pagine 144-46.

25~ediUgo di San Vittore, De institutione novitiorum liber: "Nihil cum strepidu [sic] aut tumultu fiat, sed omnia membra cum modestia, et tranquillitate in disciplina conti- neantur. Non sicut quidam faciunt, qui cum ad sedendum assederint, inquieta quadam agitatione et confusione membrorum intemperantiam animi sui designant. Caput excu- tiunt, brachia exerunt, manus in altum expandum" (XVIII, "De disciplina in mensa ser- vanda, et primo in habitu et gestu"); cfi. anche Vicenzo di Beauvais, De eruditionefilio- rum nobilium XXXI. Egidio Romano traccia un quadro deile maniere in cui "l'uomo può peccare in mangiare, e come i garzoni si debbono contenere," partendo dal presupposto che le regole non possano essere insegnate né apprese "incontanente," ma piuttosto "a poco a poco," e devono dunque essere elargite ai "garzoni" a tempo debito (Reggimento de' Principi 11. ii.xi); secondo la cortesia novena di Bonvesin "i è a poc parlar / E a tenir pos quello k'el ha tolleg a far; / Ké l'hom tanfin k'el mangia, s'el usa trop a dire, / Le fragor fò dra boca sovenz ghe pò inxire"; "La sedesena apresso si è con veriti: / No sorbiar dra boca quand tu mang con cugià. / Quel hom e quella femena k'entro cugial forfoia, / Fa si com fa la bestia ke mangia la corobia" (De quinquaginta curialitatibus ad mensam W. 3740 e 65-68); vedi anche Erasmo da Rotterdam, op. cit. IV, "De conviviis" ("alii mandendo, diductu labiorum sonitum edunt porcorum in morem").

26~erun'analisi in prospettiva storica dell'episodio, vedi N. Elias, The Civiliring Process. The History of Manners 81.

27~ui,come in seguito, il corsivo è mio.

28~i può ricordare che i testi etico-pedagogici rinascimentali ereditano la funzione che nel Medioevo (specialmente inglese) era prerogativa del vescovo di corte (courtly bishop), dispensatore non solo di cultura ma anche di buone maniere, vero magister schohrium che univa la funzione pastorale alla pedagogica, le litterae ai mores. Di rilievo a questo proposito il saggio di D. Romagnoli "Cortesia nella città: un modello complesso. Note sull'etica medievale delle buone maniere," incluso in La città e la corte. Buone e cattive maniere tra Medioevo e Età Moderna, a cura di D. Romagnoli, 36.

29"~eonoli superiori con pieghevole animo e senza ira comportare quando in alcuna cosa gli inferiori errassono, overo quando nella natura o costumi loro diffetto alcuno fosse ritmovato" ("si quid offensurn ab inferioribus forte sit, si quid repertum ve1 in natura est ve1 in moribus vitii, aequo animo tolerabiliterque ferre id superiores debent"), G. Della Casa, De oficiis interpotentiores et tenuiores amicos XIII.

30~erla definizione di Decameron X. 1 come di novella-qugte, il rinvio è a C. Penus, Libéralité et munificence dans la littérature italienne du Moyen Age 211.

31~a novella X. 1del Decameron sembra reiterare la polemica contro la pratica del donare intesa come "mercimonio" esemplificata da ser Ciappelletto, le cui elemosine sono ormai il frutto di un calcolo borghese, non di liberalità signorile ("sempre co' poveri di Dio, quello che guadagnato ho, ho partito per mezzo, la mia metà convertendo ne' miei bisogni, l'altra metà dando loro," I. 1,46).

32~ante,Convivio I.viii.14 .

33~ndrea Capellano, Trattato d'amore 231 e sgg.

34~ante,op. cit. I.viii.16 .

35~aolo da Certaldo, Libro di buoni costumi 228.

36~ante,op. cit. I.viii.5.

37~ull'im~ortanzadelle cortesie "liberali e senza alcuna sospensione," caldeggiate dal monsignore ai nipoti, si vedano le lettere indhkate dal Della Casa a Messer Annibale Rucellai il 25 Maggio e il 7 Settembre del 1549, in Prose di Giovanni Della Casa e di altri trattatisti cinquecenteschi del comportamento 34247.

38~aconfrontare con il Dante di Convivio I.viii.7: "Se '1 dono non è lieto nel dare e nel ricevere, non è in esso perfetta virtù, non è pronta."

OPERE CITATE

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