Bicicletta: il mito e la poesia

by Susanna Barsella
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Title:
Bicicletta: il mito e la poesia
Author:
Susanna Barsella
Year: 
1999
Publication: 
Italica
Volume: 
76
Issue: 
1
Start Page: 
70
End Page: 
97
Publisher: 
Language: 
English
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Abstract:

Bicicletta: il mito e la poesia

Introduzione

1 ciclismo è stato un fenomeno popolare che ha reso gli eroi della bicicletta tra i più familiari e amati di questo secolo. Le gesta dei campioni, l'accessibilità economica e tecnica dovute al costo relati- vamente limitato e all'elementare tecnologia, l'associazione con il mondo del lavoro, il senso di liberazione dato dal dominio sulla mac- china, e l'idea di conquista a prezzo di lotta e sacrificio, hanno fatto della bicicletta un complesso mito della modernità. Un mito che, con- segnato alla storia da umili ma spesso geniali cronisti e da scrittori inviati a seguire le carovane del Giro d'Italia o del Tour de France da importanti testate giornalistiche, è riuscito a portarsi sulle pagine della letteratura e della poesia. Fenomeno di massa, la bicicletta con- tamina l'elite delle lettere, ma nel passaggio dalle pagine rosa dei giornali sportivi a quella bianca della poesia, si trasforma: da cronaca epica diviene anti-epica dell'inettitudine borghese alla "corsa" e del regressivo ritorno alla natura. In questo passaggio da cronaca a poesia la bicicletta assume connotazioni diverse: il legame con il mondo del lavoro; il simbolismo del volo -nucleo immaginativo che troverà particolare sviluppo in poesia -; il primitivismo, ovvero il ritorno a valori legati all'infanzia e alla natura. Questo saggio si propone di studiare il passaggio del "mito" dalla cronaca alla poesia analizzan- done in quattro sezioni gli aspetti sopra menzi0nati.l

I. Epica e epos

A. Le componenti del mito

La bicicletta nasce come gioco nel secolo scorso e si afferma come

-

sport, con immenso successo popolare, agli inizi di questo seco10.~ Rimarrà lo sport più seguito e amato fino agli anni '60, quando, ormai svuotato di potenziale simbolico, gli succederà l'altro grande fenomeno sportivo di massa, il calci^.^ La macchina, come venne per lungo tempo chiamata a sottolinearne l'aspetto meccanico e meraviglio so^ si lega sin dall'inizio al movimento di emancipazione delle classi subalteme, in particolare contadine, e manterrà sempre la connotazione di sport umile.5 Nella prefazione alla biografia dedicata a Eberardo Pavesi, uno dei pionieri del ciclismo, Gianni Brera de- finisce la bicicletta un "anti~avallo."~ I1 cavallo è sempre stato il mezzo di trasporto per eccellenza e simbolo di distinzione del-

ITALICA Volume 76 Number 1(1999)

l'aristocrazia e dei ceti alti. La bicicletta, al contrario, facilitando la mobilità delle classi inferiori, permette di cogliere opportunità di la- voro altrimenti non sfruttabili e diviene presto un "cavallo" alla por- tata di tutti. L'accessibilità della bicicletta non è solo economica: essa non richiede particolari abilità o conoscenze tecniche, ma soltanto l'abitudine alla fatica, elemento distintivo e nobilitante del corridore. Ancora oggi, si mantiene la pregiudiziale che non si diventa veri campioni senza un'abitudine storica alla fatica, alla sofferenza, alla privazione.7 Sono connotati legati all'estrazione sociale dei primi cor- ridori: Ganna era muratore, Girardengo contadino, Binda stuccatore, Bartali e Coppi contadini e poi garzoni. L'immagine di "passione" collegata alla bicicletta, cioè il dolore e la sofferenza a riscatto di un traguardo, diventerà poesia. I1 lavoro e la fatica, ingredienti quoti- diani del ciclismo pioneristico, sono per la prima volta applicati a qualcosa di diverso dal mero sostentamento; possono portare all'agiatezza e persino alla gloria, e superare la barriera di un ordine sociale altrimenti imm~dificabile.~

I campioni divengono, soprattutto negli anni Venti con le epiche sfide tra Binda e Guerra e negli anni Quaranta e Cinquanta con quelle tra Coppi e Bartali, veri e propri eroi che entrano nella vita quotidiana di milioni di persone, non solo ita-

liane.9 La folla assiepata lungo le strade di montagna o nei viali cit- tadini guarda ai corridori con ammirazione e soprattutto con un sen- timento di immedesimazione: chi corre in bicicletta viene, a parte solitarie eccezioni, dalla gavetta del lavoro manuale. Questo senso di vicinanza, di esperienza condivisa e condivisibile, fa dell'eroe su due ruote la proiezione di desideri e aspettative di milioni di persone. Si può dire della bicicletta quello che Roland Barthes affermava inse- rendo il Tour de France tra i miti della modernità: "è il miglior esempio che abbiamo mai incontrato d'un mito totale, dunque ambiguo; il Tour è allo stesso tempo un mito d'espressione e un mito di proie- zione, realistico ed utopico allo stesso tempo" (111).La vittoria del proprio campione diviene la proiezione della vittoria di un'intera classe sociale fino ad assumere connotazioni politiche, come affiora dalla poesia di Cucchi:

La tua maglietta rossa sarà la più bella,
e con un simbolo chiaro, proprio qui sul petto.

Lo diceva il giovane dal braccio ferito,
e lui capiva e non capiva.
Sarà stato il '50, il '51,
gli parlava della corsa dei fiori,
la Milano Sanremo.

Dopo l'ultimo scatto, e passata la fontana,
sorriderai nella vittoria dei colori giusti,
e avrai le braccia alzate del campione. (82)

Nella vittoria dei "colori giusti" risuona l'eco delle rivendicazioni so- ciali e politiche di quegli anni. Nella lotta della squadra e dei cam- pioni per la conquista di un traguardo, la classe lavoratrice vede proiettati i propri valori e desideri.

I1 coinvolgimento della corsa, l'emozione della partecipazione alle sofferenze dei corridori e la sostanziale continuità tra la folla e questi, emergono con vivacità dalla poesia "Giro d'Italia in bicicletta" di Dino Campana che riprende il tema della partecipazione alla gara ma senza il distacco un po' amaro che troveremo in Sereni: qui la folla, i corri- dori, la strada, formano un tutto inseparabile nella percezione della voce narrante il cui coinvolgimento aumenta a mano a mano che la corsa procede e il campione scatta:

Dall'alta ripida china precipite
Come movente nel caos d'un turbine
Come un movente grido del turbine
Come il nocchiero del cuore insaziato.

Bolgia di roccia alpestre: grida di turbe rideste
Vita primeva di turbe in ebbrezze:
Un bronzeo corpo dal turbine
Si dona alla terra con slancio leggero

Oscilla di vertigine il silenzio dentro la muta catastrofe di rocce ardente d'intorno.

-Tu balzi anelante fuggente nel palpito indomo
Un grido fremente dai mille che rugge e scompare con te
Balza una turba in caccia si snoda s'annoda una turba
Vola una turba in caccia Dionisos Dionisos Dionisos. (Vergani 370)

I1 gruppo, la folla, il paesaggio, diventano un turbine che avanza a ritmo serrato, sottolineato dal crescendo delle strofe fino al climax dell'ultima, dalle allitterazioni ("si snoda s'annoda," "turbe in eb- brezze" "bronzeo [. . .] turbine"), dalle ripetizioni ossessive di turbine -turba e dal tessuto ritmico articolato su suoni aspri. Al rimbombo di voci in attesa succede il silenzio vertiginoso, l'orgasmo sospeso per la tensione del sopraggiungere della gara e l'ansia di assistere- partecipare alla fuga del gruppo d'arrivo. I1 risucchio della folla nel movimento turbinoso degli inseguitori, assume le cadenze di una festa orgiastica. La gara non è però rappresentata trionfalmente ma come evento selvaggio: tutto è descritto con termini estremi (ripida discesa, caos, bolgia, vertigine, catastrofe, grida) che sottolineano e accompagnano una manifestazione di "vita primeva di turbe in eb- brezze," di rito collettivo.

Uno degli elementi che ha contribuito a rendere la passione del ciclista nucleo generativo di immagini letterarie e poetiche è il carat- tere estremo del ciclismo delle origini. Daniele Marchesini nota che l'esaltazione dello sforzo fisico, del duro lavoro che mette alla prova le capacità del corridore e consente l'affermazione del migliore, cor- risponde alla concezione positivista-evoluzionista dello sport di inizio secolo, secondo la quale la gara è un meccanismo di selezione ed un mezzo di affermazione dell'individuo attraverso un confronto che si svolge sul piano egualitario della competizione senza privilegi d'accesso (76). La gara assume un immediato valore simbolico e la selezione operata dalla bicicletta, determinata non dal privilegio ma dalle doti fisiche, viene accettata da tutti. La concezione dello sport come prova selettiva marca lo spirito delle prime gare:10 le tappe in- terminabili su percorsi durissimi per le condizioni delle strade, del clima, della geografia che Barthes definisce "omerica," divengono i nemici contro cui combatte il corridore (106). L'onomastica dei corri- dori e dei percorsi di tappa è già una mappa semantica delle qualità degli uomini e dei luoghi che non richiede ulteriori descrizioni.ll Le nozioni di dolore, lotta, passione si stratificano nel gergo ciclistico che diventa, come dice ancora Barthes, una mitologia, cioè un discorso che esprime e comunica il complesso dei valori che nell'immaginario collettivo sono associati alla bicicletta (181-90).

Dopo essere stata strumento vitale per la conquista di nuove possi- bilità di lavoro, la bicicletta divenne elemento connotativo della classe lavoratrice. Ben presto i borghesi, dice Brera, "abbandonarono la bici- cletta, di cui erano stati entusiasti, non appena si accorsero che era di tutti, e che non giovava a distinguerli. Scopersero il motorismo e la- sciarono la casta ebbrezza del pedalare ai più poveri di loro" (Addio bicicletta 12). E così, nellrItalietta meccanizzata degli anni '60 la bici- cletta venne soppiantata nelle aspirazioni degli italiani dalla Lam- bretta e dalla 600, perse la sua forza di simbolo di rivincita sociale per assumere la funzione denotativa di una classe non più contadina ma operaia, e divenne elemento integrale del paesaggio urbano del lavoro come nelle poesie di Erba e Penna.

Un altro importante aspetto dell'epicità della bicicletta in poesia è il senso di liberazione legato sia alla citata componente sociologica, sia a una componente psicologica. La velocità conferisce al ciclista uno status diverso: in bicicletta l'uomo si trasforma e diviene creatura alata capace di lasciare dietro sé lo spazio e il tempo di una quotidia- nità spesso infelice.12 L'uomo e la bicicletta vivendo in simbiosi for- mano una sola macchina, un'unica forza dinamica che sembra rompere le leggi fisiche della gravità e trasformarsi in un volo che presto diventa simbolico e si associa, nella figura del volo impossibile, alla morte. Coglie il parallelismo, di fatica, lavoro, voglia di vivere e morte la poesia di Saba, "In morte di un fattorino telegrafico":

Pareva in sella alato messaggero;
discese incauto, ruinò dall'erta,
che al giovanile suo ardimento piacque;
trovò al soccorso la strada deserta;
un muro, e come cadde morto giacque. (434-35)

Nella poesia si intrecciano diverse tematiche legate alla bicicletta, quella dell'eroismo che abbiamo visto, del lavoro, e del volo. Le ali, sviluppo fantastico con valenza liberatoria del movimento della ruota, si trasferiscono al ciclista che metamorfosa in figura alata. La bicicletta provoca infatti il passaggio dalla condizione terrena a quella di crea- tura sovrannaturale frapponendo con la velocità un diaframma tra il ciclista e il mondo che lo circonda. Come vedremo in Montale, l'unica possibile esperienza di volo è quella immaginaria della poesia, ogni tentativo di portarsi in sella ed elevarsi a una realtà liberatoria diviene sconfitta e morte.

I1 senso di liberazione sconfina anche verso temi più concreti come quello della fuga dalla città, dal progresso negativo dell'industrializ- zazione selvaggia. La bicicletta è vista, già fin dagli inizi, come un mezzo per recuperare un rapporto più diretto e umano con la natura. Per un verso essa si associa all'idea di modernità, in quanto legata al sorgere dell'industria, ma per un altro diventa simbolo di un'alterna- tiva ai ritmi della civiltà inurbata, come in Stecchetti e poi ~essa.l~

B. Dalla cronaca epica alla poesia unti-eroica

La radice comune da cui si irradiano gli sviluppi dell'immaginario poetico e letterario della bicicletta è costituita dalla componente epica del ciclismo. La cronaca, come notano Daniele Marchesini (227-36) e Giulio Nascimbeni (362-99), utilizzando un linguaggio che si arric- chisce di prestiti letterari dalla tradizione epica contribuisce a creare il mito della bicicletta. Sono queste cronache-romanzo che nutrono le fantasie del pubblico negli anni pretelevisivi e iniziano a dare alla bi- cicletta un'aurea di letterarietà che ne nobilita la materia popolare.14 Se i toni della cronaca sono quelli epico-eroici, quelli dei resoconti de- gli scrittori e dei romanzi che hanno per oggetto la corsa o le figure dei corridori tendono a portare alla ribalta letteraria le figure seconda- rie introducendo l'anti-eroe, il perdente cronico. Achille Campanile, chiamato a seguire il Giro d'Italia nel 1931, ne sottolineava nel suo ro- manzo comico Battista al Giro d'ltalia, gli aspetti tanto crudi da dive- nire paradossali e portava in primo piano la figura, che poi entrerà nella poesia, della maglia nera, di chi corre per perdere.15 Nelle pagine che hanno fatto la storia e il mito della bicicletta il gregario compare di rado ma queste figure, così come altri aspetti meno eroici della grande varietà dello spettacolo che Pratolini definì un circo Barnum, compaiono nelle pagine degli scrittori che seguirono le

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corse.16 Tra i resoconti merita ricordare la cronaca del Giro d'Italia del 1949 di Dino Buzzati che, come quella di Campanile, è una cronaca delle retrovie, che riprende il tema dell'anti-eroe poi sviluppato nelle poesie di Vittorio Sereni.17 Buzzati, affascinato dalla lotta degli ultimi per la sopravvivenza, dipinge il mito romantico dell'abnegazione del gregario con l'occhio costantemente attratto dalle folle emotivamente coinvolte nella corsa, sdegnato del risparmio dei campioni. Ma sui picchi del Col di Vars e dell'Izoard anche per Buzzati il Giro si riduce al duello tra Coppi-Achille e Bartali-Ettore. E se prima, nel giro dei fuori tempo massimo, non si poteva non provare simpatia e compas- sione, misti a quel senso di frustrazione che ispirano le figure degli inabili a vincere, qui non si può non provare, più forte delle nostre simpatie o convinzioni, il brivido dell'eroismo.

Ma l'epos dei poveri, cantato dalla cronaca, non diviene epica no- bilitata dalla poesia. I movimenti intellettuali dominanti d'inizio secolo e tra le due guerre sono più attratti dal progresso meccanico dell'automobile. I1 movimento futurista, in particolare, che sviluppò il culto della velocità artificiale dell'automobile e del dinamismo, ritenne la bicicletta strumento troppo umano per essere adatto al culto poetico della "razza meccanica." I1 grande fenomeno sociale della bi- cicletta interessò la letteratura e la poesia, soprattutto realista e neo- realista, con il prevalere di una cultura socialmente impegnata. La liberazione dalla povertà e la rivalsa sociale rivissuta attraverso l'identificazione con i campioni, entrano nella poesia soprattutto dal punto di vista di coloro che nelle epiche gesta non possono identifi- carsi; di coloro che guardano e non possono montare in sella, "della razza di chi rimane a terra."18

Questa dolorosa anti-epicità, insieme alla consapevolezza del mito popolare della bicicletta, si trova in alcune poesie di Vittorio Sereni.19 L'attrazione di Sereni per la folla assiepata lungo le strade in attesa del passaggio dei corridori, emerge già nella poesia "Mille miglia," del 1955, dedicata alla leggendaria competizione autom~bilistica.~~ Qualche anno più tardi, nel 1964, egli riprende il tema della gara ci- clistica in "La poesia è una passione?" Anche qui ritorna l'atmosfera della corsa e la poesia è associata alla passione del campione. I1 tema della bicicletta come rivalsa si sposta sul piano interiore-esistenziale e diviene conquista di una vittoria per sé e su sé attraverso la soffe- renza. L'identificazione con il campione che vince contro ogni prono- stico fa sorgere nello spettatore la speranza di una rivincita sulla vita attraverso la poesia. Di una poesia che è sofferenza, passione appunto, contrapposta al prezioso e passato estetismo dannunziano associato alla figura della donna. La domanda introdotta dal titolo "La poesia è una passione?" rimane aperta: è passibile arrivare al traguardo di una poesia frutto di una partecipazione intensa alla vita e capace di vera forza comuni~ativa?~~

I1 componimento gioca sui due piani della doppia identificazione: quella dell'io narrante con il campione e quella della donna con l'idolo letterario di un tempo, entrambi inca- paci di trasmettere energia vitale e speranza di vittoria, seppure tardiva, su sé stessi. Nell'identificazione con il campione contro pro- nostico, la rivalsa e la lotta per la conquista di uno spazio sociale diventano rivincita su sé stessi e conquista di spazio vitale. Dal- l'abbraccio soffocante dell'amore e della poesia (dannunziana) la corsa erompe con effetto liberatori01

L'abbraccio che respinge e non unisce -
il mento fermo piantato sulla spalla
di lei, lo sguardo fisco e torvo:
storia d'altri e, già vecchia, di loro.
Moriva d'apprensione e gelosia
al punto di volersi morto, di volerlo
veramente, lì tra le braccia di lei.
Rabbiosamente non voleva sciogliersi.
Chi cederà per primo? La domenica
d'agosto era, fuori, al suo colmo
e tutta Italia sulle piazze
nei viali e nei bar ferma ai televisori ...
Un gesto appena, -si disse -cerca d'essere uomo
e sarai fuori dalla stregata cerchia.
E, la convulsa stretta perdurando
(che lei d'istinto addoppiava),
alla cieca una mano errò sull'apparecchio, agì
sulla manopola: nella stanza
fu di colpo la gara, si frappose tra loro. (Sereni 153-55)

L'io narrante si identifica con il vecchio campione dato per spacciato e che alla fine stacca le mani in segno di vittoria. Nel trionfo del cam- pione finito la bicicletta assume la connotazione simbolica della lotta con sé stessi in cui la vittoria è il partecipare.

I1 campione che dicono finito,
che pareva intoccabile dallo scherno del tempo
e per minimi segni da una stagione all'altra
di sé fa dire che più non ce la fa, è alla morte
ancora ce la fa, è quello il suo campione.
Lo si aspettava all'ultimo chilometro:
"se vedremo spuntare
laggiù una certa maglia . . ." e qualcosa l'annuncia,
un movimento di gente giù alla curva,
uno stormire di voci che si approssima
un clamore un boato, è incredibile è lui
BICICLE'TTA

è solo s'è rialzato ha staccato le mani
ce l'ha fatta. . . e dunque anch'io
posso ancora riprendermi, stravincere.
Serano intanto gli occhi raddolciti
e di poco allentandosi la stretta
s'inteneriva, acquistava altro senso, ritornava
altrimenti violenta.
Per una voce irrotta nella stanza . . .

Lo stravincere è la vittoria di chi si dà per perdente, che dunque vince due volte.22

I1 sogno della partecipazione alla corsa, dell'identificazione col campione perdente si dilata nella poesia di Sereni "Festival," del 1978. Sono di nuovo immagini della corsa che passa e sconvolge il quotidiano assetto della città italiana di provincia. Ma questa è una gara "alla meno," a chi arriva ultimo. La volata au ralenti passa costretta nel corridoio dove non c'è folla ma solo squallidi oggetti dietro le vetrine (manichini ortopedici, fiale, etichette adesive, brevetti), simboli della civiltà robotizzante che ha ormai tolto epos alla macchina e che for- mano per il poeta "un muro di nausea." È la corsa dei fuori tempo massimo che pedalano all'indietro invertendo il moto progressivo della bicicletta. Qui non c'è più traguardo vittorioso ma ritirata, dove il volo si trasforma in moto negativo. In questo rovesciamento dei valori della corsa si rivela il valore metaforico della bicicletta e della corsa ciclistica che designa per il poeta un campo di impossibilità:

I tempi da quanto
tempo stanno dandoci torto?
Ecco10 sempre più angusto
sempre più stipato di vetrine con
fiale brevetti manichini ortopedici
etichette adesive il corridoio
-e in questa volata
au ralenti dove i nati per perdere
si contendono
la maglia dei fuori tempo massimo
pedalando all'indietro
lungo un muro di nausea
quelli che erano -o parevano -
arrivati di slancio. (Sereni 215)

I1 poeta ci presenta così uno dei caratteri della più vicina modernità: ritrae l'uomo come colui che non può veramente partecipare alla vita se non come perdente, la cui unica gloria è conquistare la fine del muro di nausea lungo il quale la vita scorre. I1 moto negativo diviene significativo del rifiuto e della consapevolezza dell'inutilità di questo

progresso, e quindi del mito dell' "arrivare." Le magnifiche sorti e progressive, rivelatesi disumanizzanti, sono ormai un miraggio.23

Il. La bicicletta dell 'operaio

Con il tempo, la diffusione portò alla proletarizzazione: la bicicletta divenne e rimase, soprattutto negli anni del dopoguerra, segno distin- tivo dell'operaio, come la tuta blu. La connotazione sociale della bici- cletta emerge dalle ambientazioni dei romanzi neo-realisti, basti pen- sare alla presenza continua della bicicletta in opere come Uomini e no di Vittorini, o alle volate di Don Camillo al seguito di Peppone. La lotta tra la bicicletta e i motori fa da sfondo anche al romanzo di Te- stori, Il dio di Roserio, dedicato al sottobosco ciclistico degli anni cin- quanta, alle ambizioni e al miraggio di rivalsa sociale nel complesso rapporto tra il campione di provincia e i1 suo gregario. Nonostante in quegli anni il ciclismo si affermi come sport amatoriale e passatempo anche dei più socialmente fortunati, la bicicletta rimane legata al mito della fatica e del lavoro. L'estrazione sociale del ciclista e la bicicletta sono una cosa sola: il campione è sempre un contadino, come Coppi, oppure un umile gasista, come il Pessina di Testori. Anche nella poe- sia la connotazione sociale rende la bicicletta simbolo della classe ope- raia e, per metonimia, della vita faticosa e ingrata del povero. L'associazione bicicletta -lavoratore compare già nelle Occasioni di Montale in "Costa San Giorgio":

Un fuoco fatuo impolvera la strada.
I1 gasista si cala giì~ e pedala
rapido con la scala sulla spalla.
Risponde un'altra luce e l'ombra attorno
Sfarfalla, poi ricade.

Lo so, non s'apre il cerchio
E tutto scende o rapido s'inerpica
Tra gli archi. I lunghi mesi
Son fuggiti così: ci resta un gelo
Fosforico d'insetto nei cunicoli
e un velo scialbo sulla luna.

L'immagine del gasista che discende nella polvere che impedisce la visione nitida della strada stessa, con il suo carico ingombrante sulle spalle, è speculare alla salita al Calvario del Cristo. Ma l'andare del gasista è una cieca corsa che finisce nel nulla, che non arriva a nessuna vetta e non porta alcuna redenzione. In fondo allo scorrere eterno di salite e discese sempre arsi dalla sete, nessun glorioso traguardo:
BICICLETTA

...............
Tutto è uguale; non ridere: lo so,
lo stridere degli ami fin dal primo,
lamentoso, sui cardini, il mattino
un limbo sulla stupida discesa -

e in fondo il torchio muto del nemico
che preme. . . .

Se una pendola rintocca
dal chiuso porta il tonfo del fantoccio
ch'è abbattuto. (Montale 167)

La vita è vista come una discesa facile ma pericolosa, stupida perchè non comporta fatica né conquista, incontro al dolore.

Ma è soprattutto in Penna e Erba che la bicicletta appare sempre collegata alla figura del proletario. In Sandro Penna il motivo della bicicletta e dell'operaio è presente fin dalle prime raccolte:

Èpur dolce ritrovarsi
per contrada sconosciuta.
Un ragazzo con la tuta
ora passa accanto a te.

Tu ne pensi alla sua vita
-a quel desco che l'aspetta.
E la stanca bicicletta
ch'egli posa accanto a sé.

Ma tu resti sulla strada
sconosciuta ed infinita.
Tu non chiedi alla tua vita
che restare ormai com'è. (Penna 52)

I1 ragazzo e la bicicletta sono una cosa sola, e il sentimento della stanchezza, una costante nella poesia "sociale" della bicicletta, si tra- sferisce addirittura al mezzo di trasporto. I ritratti di ragazzi di Penna sono quasi tutti di giovani operai in bicicletta, e nella sua poesia si incrociano i motivi dell'innocenza, dell'inferrabilità dell'oggetto del desiderio e dell'interesse antropologico-sociale per quell'ambiente "originario" che sarà caro anche a Pasolini. Un ambiente fatto di cose minime, di funzioni e riti della quotidianità della gente comune:

Si ricompone un ritmo. Primavera
nella gaia città, dove un fanciullo accorre
se passa una fanfara. Dove le chiese
dimenticano i fedeli, e nelle aiuole
dormono abbandonate le biciclette. (Pema 278)

in Luciano Erba la bicicletta non solo caratterizza l'individuo ma tutto il paesaggio urbano e suburbano dove la classe operaia lavora e vive. Cono quadri di derivazione iperrealista, di fonderie, fabbriche, stazioni, in cui i protagonisti sono oggetti e non si distingue l'uomo dalla macchina. In "Tramonto a Montluqon," per esempio, il poeta ci presenta un paesaggio urbano animato e circoscritto dalle pedalate dei fonditori:

Attendersi al solo ponte della città

sopra l'acqua ammalata. Cercarsi

tra lunghe pedalate di fonditori

lasciare che il giorno ci abbagli

dietro ardenti armerie

che ai piloni urti i1 sonno

di molli flottiglie di detriti.

Domani sarà ridda di pensieri. Ma qui

la rinuncia sorride

non diciamo le nostre parole. (Il nastro di Moebius 36)

L'atmosfera è determinata dalla presenza indiretta della fabbrica e della vita dei fonditori. In "Milano" l'operaio è di nuovo ritratto nell'atto pieno di stanchezza della pedalata nel caldo verso un vagone abbandonato su un binario morto. I1 paesaggio della stazione è rotto solo dal movimento del pedale. La stanchezza del ciclista non è più stanchezza dell'eroe dopo la corsa, ma diventa stanchezza esi- stenziale, che emana persino dagli oggetti. La bicicletta, come il vagone di terza classe, è un reperto di archeologia sociale:

Curva tesa e verde del treno

si arriva

c'è caldo lungo dalle fonderie.

L'operaio pedala al suo vagone

arenato nell'orto

si legge ancora

I11 classe in numeri gialli

qui sento tutti i viaggi. (Il nastro di Moebius 39)

In queste poesie di Erba la bicicletta perde la sua autonomia di simbolo di possibile riscatto e appare declassata ad un ruolo mar- ginale, connotativo non di un desiderio di rivalsa, ma della ras- segnazione ad una condizione difficilmente mutabile. L'uomo che fa tutt'uno con la sua bicicletta non ha qui niente di progressivo; è anzi divenuto l'automa spersonalizzato su cui grava la stanchezza delle speranze deluse dell'uomo-massa. La bicicletta, persa ogni vitalità, diviene l'umile quotidiano strumento che usiamo con l'indifferenza con cui, dice Brera, usiamo il cavatappi.24
III.Il volo

Un elemento che certo affascina ed ha sempre affascinato della bicicletta è la fusione aereodinamica del corpo e della macchina lan- ciata in velocità che evoca subito l'immagine del volo. I1 colpo di pe- dale è come il colpo d'ala che produce il distacco dalla realtà: dalla bicicletta si lascia indietro il terreno quotidiano della vita alla quale si sfugge per la sola forza dei muscoli. La bicicletta richiede un lavoro che non applica dall'esterno una forza ad un oggetto, ma diviene tutt'uno con l'oggetto. La spinta sul pedale induce uno scarto tra lo spazio del quotidiano e quello dell'avventura; quest'ultimo rima- nendo ancora spazio completamente umano, creato dalla magia mec- canica elementare.

I1 movimento creato dalla bicicletta può essere considerato da due punti di vista: da quello di coloro che montano in sella e da quello di coloro che invece guardano chi pedalando scompare e diviene irrag- giungibile. Lo sguardo di quelli che "rimangono a terra" si trova già nelle "Due strade" di Gozzano, apparsa nel 1907 nella raccolta La via del rifugio e poi, con varianti, nel 1911 nei Colloqui. I1 poeta racconta di un incontro, durante una passeggiata in compagnia di una vecchia amica su una "bella strada alpestre," con una giovane ciclista. La ra- gazza, dalla "gran chioma disfatta nel tocco da fantino" è immagine di vitalità quasi virile: "forte bella vivace bruna / e balda nel solino diritto, nella cravatta," figura positiva dell'adolescenza che risalta maggiormente nei colori forti del contrasto con la bellezza ormai spenta della donna matura. La fanciulla si ferma senza concedere uno sguardo all'avvocato al quale affida la bicicletta. A questa si riferisce l'unico elemento di femminilità: un gran mazzo di fiori che l'adorna suggerendo una continuità e uno scambio tra macchina e ciclista. La ragazza non è infatti semplicemente una fanciulla: è una ciclista, ovvero una donna che volerà via, irraggiungibile. La giovinezza e la salute che essa rappresenta, sono racchiuse nel suo andare in bici- cletta, nell'avere nella vita una velocità diversa da quella del narra- tore. L'avvocato non può far altro che camminare a fianco della bici- cletta: a lui non è concesso montare in sella e andare, lasciandosi dietro la strada, il presente. Salire sulla bicicletta è infatti partecipare alla vita, immergersi nel flusso della realtà da protagonisti, creando il proprio spazio nella velocità. Sarà invece la ragazza a riprendere la macchina e scomparire irraggiungibile come la vita:

"Verrò, Signora; grazie!" Dalle mie mani, in fretta,
tolse la bicicletta. E non mi disse grazie.

Non mi parlò. D'un balzo salì, prese l'avvio;
la macchina il fruscio ebbe di un piede scalzo,

d'un batter d'ali ignote, come seguita a lato
da un non so che d'alato volgente con le rote.

Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro
sottile d'alabastro, scendeva nella valle. (Gozzano 93)

La bicicletta diviene strumento che trasforma la ragazza in un Mercurio, o forse un Angelo. I1 sogno di questa prima Felicità di innocenza, di possibile salvifica compagna così diversa dalla troppo raggiungi- bile Felicita, è rotto definitivamente dallo scarto impresso dal moto delle ruote. Grazia, la fanciulla, vola via, e il verso rimane sospeso sulla bicicletta. Come se il mistero potesse essere lì, sulla capacità o possibilità di usarla, sulla coscienza di non poter che rimanere a terra a guardare il volo dell'altra:

Grazia è scomparsa. Vola -dove? -la bicicletta
"Amica, e non m'ha detta una parola sola!"

"Te ne duole?" -"Chi sa?" -"Fu taciturna, amore,
per te, come il Dolore . . ." -"O la Felicità .. ." (Gozzano94)

I1 motivo del volo e la metafora della bicicletta come dinamicità vitale è ripreso da Montale in "Nubi color Magenta" che compare nella raccolta La Bufera e altro, del 1950. Si tratta di un parziale rovesciamento del tema gozzaniano: il punto di vista del ciclista e dello spettatore vengono fusi in un unico momento; la bicicletta si trasforma in un tandem su cui è possibile volare in due: il poeta e la sua donna. La bicicletta è il fulcro della ripresa montaliana delle "Due strade" come mezzo dell'espressione metaforica del volo.25 Tuttavia, mentre in Gozzano la bicicletta è causa della trasformazione della donna in essere alato nella percezione dello spettatore, in Montale, con importante scarto rispetto al modello, la bicicletta trasforma po- tenzialmente anche l'io narrante. L'uomo infatti sale, e quindi si porta alla stessa altezza della donna con la quale diviene possibile e realiz- zabile il volo comune. Se in Gozzano l'io è inetto e contempla la pro- pria impossibilità, in Montale l'io si lancia come un Icaro in un volo che le ali della donna non riescono a sostenere ("angelo mio") e il cui esito è la caduta che riporta nell'abbraccio terreno, tra le bacche del rialto, al piano comune all'io e alla donna. Mentre la donna gozza- niana abbandona, vola via, ma rimane inseguibile dall1immagina- zione, quella di Montale finisce invece, trascinata dall'io, a terra, trasformando un'insufficienza psicologica in un'impossibilità di esperienza comune (forse quella della poesia stessa) con la donna. A Gozzano rimane così quel sogno che Montale disillude con l'espe- rienza. Pedalare e fermarsi, volare e giacere sono i motivi paralleli che si sviluppano nella poesia di Montale. Al primo corrisponde l'elemento della vitalità, dinamicità e partecipazione, al secondo quello del riposo, abbandono, morte.

BICICLETTA

Nubi color magenta s'addensavano
Sulla grotta di Finga1 d'oltrecosta
Quando dissi "pedala,
angelo mio!" e con un salto
il tandem si staccò dal fango, sciolse
il volo tra le bacche del nalto.

Nubi color di rame si piegavano
a ponte sulle spire dell'Agliena,
sulle biancane rugginose quando
ti dissi "resta!", e la tua ala d'ebano
occupò l'orizzonte
col suo fremito lungo, insostenibile.

I due momenti di moto e sosta, vita e morte, sono fusi nella rappre- sentazione del moto discontinuo del montare e fermarsi, volare e re- stare. La contrapposizione vita-morte sottintesa dall'immagine della bicicletta gozzaniana diviene esplicita nei versi di chiusura:

Come Pafnuzio nel deserto, troppo
volli vincerti, io vinto,
volo con te, resto con te; morire,
vivere è un punto solo, un groppo tinto
del tuo colore, caldo del respiro
della caverna, fondo, appena udibile. (Montale 261)

L'accostamento bicicletta -volo, con la conseguente valenza di allontanamento, distacco, irraggiungibilità, diventa un topos della poesia della bi~icletta.~~

In Sandro Penna questo motivo si evolve in rassegnazione alla inevitabilità della perdita, non priva di estetizzante nostalgia:

Avete mai provato, in un'aria serena
e in un paese puro, -ma però non vi date
sentimento di sorta, -a guardar fissamente
d'improvviso un ragazzo? L'innocenza
forse risalirà con la sua bicicletta
la lenta strada, e poi vi sarà tolta
d'un tratto dalla polvere di un camion.
Quando poi schiarirà, cercate ancora
sulla strada, o nel cuore, il vuoto incanto.
Fingerà la natura un suo tramonto.
E tutto vi parrà -ma non vi date
sentimento di sorta -falso e vero. (161)

La perdita di contatto, l'irrecuperabile distanza che si crea tra il sog- getto che osserva e l'oggetto del desiderio che s'invola sulla bicicletta, lascia in questa poesia di Penna, insieme alla nostalgia per ciò che sfiora l'occhio e si dilegua, un compiacimento estetico. Quasi il com- penso e la consolazione della poesia. Ma il volo della bicicletta può divenire anche, in Penna, contrariamente che in Gozzano e Montale, esperienza vitale condivisibile. I1 volo disegna un luogo incantato di sogno e memoria in cui i giovani ciclisti si affiancano e il soffio delle parole, il frulli0 d'ali e il fruscio di ruote si fondono in un'immagine solare:

La veneta piazzetta

antica e mesta, accoglie

odor di mare. E voli

di colombi. Ma resta

nella memoria -e incanta

di sé la luce -il volo

del giovane ciclista

vòlto all'amico: un soffio

melodico: "vai solo?" (62)

I1 volo delle biciclette, come quello dei colombi, introduce una dimen- sione altra che prelude la celebrazione di cerimonie d'amore. I1 di- stacco dalla realtà sull'onda del pedale si colora di vitalità e sogno mentre l'angoscia da abbandono o impossibilità viene superata nella partecipazione al volo dell'altro.

Una diversa prospettiva di armonia con sé stessi e con la natura si apre nelle poesie dove il punto di vista del ciclista, e non quello dello spettatore, è dominante. L'elemento centrale è di nuovo il diffe- renziale creato dal movimento, ma visto simmetricamente dalla parte di chi monta la bicicletta e quindi partecipa e vive. Due sistemi di rife- rimento sono messi a confronto ed in crisi: quello delle cose e delle persone che rimangono ferme, e quello della bicicletta. Se dal punto di vista dello spettatore il ciclista è un Ulisse in minore che fugge in un volo di sfida al mondo e a sé stesso, dal punto di vista del ciclista, la dinamica della bicicletta determina non un distacco dalle cose ma un loro attraversamento, che produce una maggiore compenetrazione e comprensione della realtà. I1 ciclista infatti "fende" l'aria, penetra le cose e le rende sue, abbraccia un raggio d'esperienza che è l'estremo possibile per la velocità umana. I1 sentimento della realtà di chi è in sella è legato alla partecipazione fisica al moto e determina una co- scienza particolare, quella dell' "esserci," descritta da Erba nella poe- sia "Dasein"

L'essere perentorio (Dasein?)
del tappeto o un liste110 di parquet
mi fa dopo un po' pensare al nulla
quasi stessi leggendo, anzi, assai meglio,
i detti di un saggio tibetano:

un nulla di pelle, direi un brivido

che fa chiudere gli occhi, per vedere

su creste e cornici di monte

andare come se non andassero i treni,

o me stesso con un cappello di paglia
che pedalo diretto al mercato
in sella a una bicicletta da donna:
una strada un po' bianca un po' piana
esserci, allora? (Erba, L'ipotesi circense 29)

Nella corsa vissuta dalla bicicletta, i due sistemi di riferimento del ciclista e della folla di cose e persone a cui passa davanti, convivono e proprio dal loro accostamento emerge la coscienza, negli uni, della propria staticità e, negli altri, del proprio dinamismo. Questa con- trapposizione emerge in modo particolare nella prima poesia dedicata alla bicicletta, tra quelle prese in esame, "La bicicletta" di Giovanni Pascoli, apparsa nel 1904 nei Canti di Castelvecchio. Nel racconto di una gita in bicicletta il poeta passa attraverso suoni e immagini della vita dei campi che colpiscono e subito dileguano. Immagini e suoni si suc- cedono in dissolvenza senza che possano essere fissati né sulla rètina né nella memoria del ciclista solitario, per il quale il moto della bici- cletta diventa un volo non sopra ma attraverso le cose. Un passaggio attraverso lo stridi0 di un uccellino di nido, i campi maturi di messi, i cipressi, parallelo al passaggio attraverso l'infanzia, la maturità e la morte e che si chiude con la sovrapposizione di nozze e morte ac- comunate dal volo, scandita dal suono del campanello.

Mi parve di fendere il pianto

d'un lungo corteo di dolore.

Un palpito. ...M'erano accanto

le nozze e l'amore.

dlin. . . dlin . ..27

È la sovrapposizione che troveremo più tardi in Montale nella poesia già commentata, "Nubi color Magenta."

Nelle seconde quartine emerge l'inarrestabilità del moto, l'impossibilità di scendere a contatto con la natura, e la vita che vi si svolge, in una dimensione di normale comunicazione. Del resto la natura presente nella poesia è luogo ideale, un altrove rispetto alla realtà. Solo nello sport e nella trasfigurazione epica del ciclismo, in cui è invece una realtà presente e concreta, si può creare un punto di con- tatto tra il mondo di chi corre e quello di chi guarda correre. Così, la corsa del poeta è solitaria e la velocità crea un abisso:

Mi disse parole sue brevi
qualcuno che arava nel piano:

tu, quando risposi, tenevi
la falce alla mano.

Io dissi un'alata parola,

fuggevole vergine, a te;

la intese una vecchia che sola

parlava con sé.

dlin .. .dlin . . .

Questa incomunicabilità è razionalizzata nella quartina successiva dove il poeta si ferma a prendere atto del moto disuguale, apparen- temente contrario della strada e della bicicletta, e della impossibile ricucitura della frattura che divide l'uomo dalla natura:

Mia terra, mia labile strada,

sei tu che trascorri o son io?

Che importa? Ch'io venga o tu vada,

non è che un addio!

Nella presa di coscienza del differenziale tra la corsa e le cose, del rapporto diverso con cui il mondo e il poeta corrono, lo scarto diviene la misura dell'incomunicabilità e della inevitabile divergenza tra la realtà di chi corre e quella di cose e persone percepite con la coda dell'occhio passando. I1 moto della bicicletta, "l'impeto d'ala," che anticipa proprio il canonico motivo del volo, dona l'ebbrezza di at- traversare le cose e di farne parte al tempo stesso.28

I1 volo ed il movimento della bicicletta divengono nel caso di Gior- gio Caproni metafora interiorizzata del ricordo e la bicicletta funziona da raccordo, nella dimensione del movimento-volo, tra esperienza interiore e esteriore. Nella poesia "Le biciclette" l'immagine della macchina accompagna le otto stanze in un alternarsi di alti e bassi di felicità e delusione sul doppio binario di una storia d'amore e morte (è l'immediato devastato dopoguerra). I1 suono della bicicletta, ora leg- gero ora tetro, introduce l'atmosfera e la materia di ogni stanza, di memoria o presenza, letizia o dolore. I1 fruscio delle ruote è il rumore di una pellicola che scorre sovrapponendo le immagini del ricordo alla realtà presente. I1 movimento della bicicletta è il volo del poeta o della donna, che segna il passaggio da un'inquadratura all'altra. Nella prima stanza è la memoria della giovinezza, d'amore e di poesia:

La terra come dolcemente geme
Ancora, se fra l'erba un delicato
Suono di biciclette umide preme
Quasi un'arpa il mattino! Uno svariato,
Tenue ronzio di raggi e gomme è il lieve,
Lieve trasporto di piume che i1 cuore
Un tempo disse giovinezza -è il sale
Che corresse la mente. E anch'io ebbi ardore

Allora, allora anch'io col mio pedale

Melodico, sui bianchi asfalti al bordo

Wun'erba millenaria, quale mare

Centii sulla mia pelle -quale gorgo

Delicato di brividi sul viso

Ccolorato cercandoti! ...Ma fu

Storia di giorni -nessuno ora più

Mi soccorre a quel tempo ormai diviso.29

La bicicletta diviene metafora del volo ed il volo della scrittura, "pe- dale melodico" che consente l'andare sui "bianchi asfalti" millenari della poesia. Nella seconda e terza stanza la bicicletta si sposta all'opposto dello spettro semantico, da volo-liberazione al volo- abbandono e in estremo, morte. L'abbandono della donna diviene così la spinta sulla china di una discesa:

...........Nella brezza

delle armoniche ruote, fu anche Alcina

la scoperta improvvisa d'una spinta

perpetua nell'errore -fu la china

dove il freno si rompe. ...

Ed è ancora il fruscio di ruote che accompagna le immagini tetre di desolazione della guerra che si sovrappongono a quelle del-l'esperienza erotica finita nella stanza cinque:

.........Ivi se l'alba
tarda a portare col gelo la prima
corsa di biciclette, ecco la scialba
geografia del mondo che sgomenta
mentre Alcina è distrutta -mentre monta
nel petto la paura, e il cuore avventa
le sue fughe impossibili. ...

Nella stanza sette il suono si fa, in quest'alternarsi di ricordo e realtà, illusione e rassegnazione, ora delicato, ora funesto, con accumulazioni di parole-suono ora lievi e ora gravi, evocatrici di morte: "i bicicli ron- zano funesti," "un giro di tetre biciclette," "quale immensa distru- zione a quei raggi lievi." Nella stanza otto riprende la cadenza rassegnata e più serena verso un'altra pedalata sugli stessi lidi, che rappresenta una poesia necessariamente diversa. La bicicletta, di cui Caproni sfrutta tutti gli elementi simbolici, serve al cambio d'imma- gine e di emozione e dà al racconto, come già osservava Pasolini, un movimento "espressionistico" ("Caproni," Passione e ideologia 420-24).

L'associazione del "suono" della bicicletta al ricordo compare anche nella poesia "In me il tuo ricordo" (193840) di Vittorio Sereni, di qualche anno precedente quella di Giorgio Caproni: In me il tuo ricordo è un fruscio

solo di velocipedi che vanno

quietamente là dove l'altezza

del meriggio discende

al più fiammante vespero

tra cancelli e case

e sospirosi declivi

di finestre riaperte sull'estate.

Solo, di me, distante

dura un lamento di treni,

d'anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,

ti perdi nella sera. (39) L'abbandono della donna, richiamato in apertura dalla bicicletta e dal volo della donna nei versi di chiusura, è ricreato nell'interiorità dal suono della bicicletta. L'esperienza erotica passata e la percezione presente di distacco dell'io dalla realtà vengono fusi a livello uditivo dal sovrapporsi del fruscio della bicicletta e dal lamento del treno. I1 primo, legato all'immagine della donna che se ne va, si confonde con il secondo, legato all'io. Realtà e memoria convivono sincrone sul pia- no dei sentimenti, unite come recto e verso di un foglio dalle imma- gini della bicicletta e dei treni.

IV. Il primitivismo della bicicletta

Un ultimo importante aspetto della bicicletta riguarda il suo essere divenuta, al suo apparire e poi in tempi molto più recenti, il simbolo del mezzo di trasporto ecologico, che permette un maggiore contatto con la natura e la riscoperta, nelle gite fuori porta e nel ciclismo dilet- tantesco delle scampagnate domenicali, di una dimensione meno alienante di quella della macchina. Già alla fine dell'ottocento nasce il ciclo-turismo come evasione dalla città ma anche scoperta e riscoperta della periferia urbana e della campagna ancora separata nello stile di vita e nella cultura dai centri urbani. Alla scoperta si associa l'idea del viaggio che esplora e consente la riappropriazione dei valori di sem- plicità a contatto con la natura perduti nella cerchia cittadina.30 I1 viaggio in bicicletta permette l'esplorazione in tempi e spazi a misura d'uomo e diviene metafora del viaggio-purificazione attraverso e verso quei valori stessi.31 La campagna diviene unaspecie di Arcadia, come nella poesia "Pedalando" (1903)di Lorenzo Stecchetti:

. ..rimo per te queste parole

in bicicletta, respirando il sole

chi d'Arcadia parlò? L'arcadia è questa!

ecco le bianche agnelle ed i pastori,

ecco la terra e l'uomo in una festa

di profumi, di canti e di colori,

ecco la maestà dell'infinito

la poesia, la gioia e l'appetito! (510)

I1 motivo del ritorno ai valori naturali, alternativi a quelli della civiltà urbana dominata dalla macchina a motore, la malefica Me- tropoli~ di Lang, si trova anche nella poesia di Delio Tessa, "De là del mur," scritta intorno al 1909.I1 racconto in dialetto riprende il modulo pascoliano della gita attraverso la campagna, nel caso di Tessa il fuori- porta milanese. La fuga dalla città, vista come il luogo del male, verso la natura, è il motivo centrale della poesia. Lontano dalla coscienza della frattura tra mondo idillico e realtà della poesia pascoliana, per il poeta milanese il ritorno alla natura è soprattutto fuga dal presente e regressione a valori primigeni fino al confine ultimo dell'emargina- zione e della follia nell'incontro con i contadini e con i matti del mani- comio di Mombello. L'attraversamento di queste realtà diviene esperienza di liberazione in cui l'autore "rivendica senza più ritegno la regressione alla condizione animale come esperienza di liberazione dalla civiltà" (Brevini 39). È significativo trovare la bicicletta di nuovo all'incrocio di temi di liberazione e recupero della dimensione umana. La gita si trasforma in un viaggio di scoperta di realtà marginali e, attraverso queste, di sé:

Per di or e di or

qui calavron che ronza

règnen in del cozzon

tant che m'insormettissen .. .

.. .Nivol ...fantasma.. .nebbi . . .

sit.. .

omen .. .ideij . . .on mond,

mi disariss ch'intoma

tutt on mond ghe se forma,

rimm ghe ressònen . . .vuna

la ciama

l'altra a campana e via

via te filet via

-voi de la fantasia! -. . .32

In "De là del mur" la bicicletta permette di attraversare, come già in Pascoli, luoghi e situazioni diverse dando luogo ad un'accavallarsi di immagini, pensieri, ricordi, bozzetti. Non c'è qui meditazione stimo- lata dall'improvviso mutamento di prospettiva generato dalla bici- cletta, ma una maggiore ricerca e attenzione all'esterno, al mondo popolato che si attraversa e con il quale anzi la bicicletta permette di avere maggiore contatto fino a rendere possibile quella comunica- zione (le parole scambiate con il vecchietto sulla porta di Lodi) che invece in Pascoli era impossibile.

I1 motivo della bicicletta come mezzo che permette l'allontana- mento da una realtà negativa -in particolare dalla civiltà urbana verso la natura, s'intreccia con quello della bicicletta come mezzo di divertimento ed esplorazione e si associa così a immagini d'infanzia, adolescenza, Primavera. Anche in questa dimensione la bicicletta ritiene una sfumatura liberatoria di ritorno a una vita più sana, con il naturale accostamento ai valori positivi della semplicità e della solarità. Così sono spesso ritratti gli sciami di ragazze che escono in bicicletta nella bella stagione, come in Erba la memoria delle gite dei ragazzi per la città in "Quale Milano?":

La cartolina tra i raggi della ruota
imitava un suono di motore
quando in via XX Settembre
si scendeva dal Parco in bicicletta:
perché a Milano, per biliardo che sia
vi sono strade in salita e in discesa
più frequenti nei sogni e nei ricordi
specie se legate a un primo incontro
a un saluto guantato di viola. (L'ippopotamo 52)

Lo sciamare dei ragazzi e delle ragazze sulle biciclette come uccelli in volo, già trovato in Penna, ritorna ancora in Ungaretti in "Volarono" e si associa alla memoria dell'infanzia:

..........

Pavoncelle calate qui,
in Sardegna svernato l'altro giorno.
Le odo, mentre camminano non viste,
che, frugando se capiti un lombrico,
per non smarrirsi, di già èbuio, stridono.
Tornate al nido, all'alba domattina,
lo troveranno vuoto,
e la prima dozzina degli ovetti
scovati ("Zitti!" "Piano!") dai monelli,
si porta in bicicletta a Guglielmina,
èPrimavera. (265-66)

La poesia "Al mare (o quasi)" di Montale associa il motivo del volo a quelli di vitalità e innocenza della dimensione nostalgica del- l'infanzia:

.. . . . .E c'è anche qualche boccio

di magnolia i'etichetta di un pediatra

ma qui i bambini volano in bicicletta
e non hanno bisogno delle sue cure (603)

Ma il volo di fanciulli sullo sfondo del mare della Versilia si chiude negli ultimi versi con l'immagine della morte: ". . . . . . ma il meglio sarebbe troppo simile / alla morte (e questa piace solo ai giovani)" recuperando, anche nella dimensione dell'infanzia, gli estremi signifi- cati di vita e morte che evoca sempre il volo della bicicletta.

Conclusioni

Questo saggio ha esplorato il passaggio della mitologia popolare della bicicletta da epica giornalistica a figura poetica. Dall'analisi sono emerse quattro tendenze che l'immaginario della bicicletta ha svilup- pato nella poesia italiana. La prima è legata alla componente epica del ciclismo pioneristico, dove all'immagine della bicicletta si associa il valore della lotta per la conquista di una vittoria e il senso della ri- valsa sociale delle classi lavoratrici. Di questa epicità rimane traccia nelle poesie che celebrano gli inebrianti bagni di folla delle gare come in Campana o che colgono la proiezione di un senso di rivalsa sociale e politico nella gara ciclistica, come in Cucchi. Ma la figura del vinci- tore non sempre prevale. Figure di anti-eroi emergono nei ruoli gre- gari, nelle immagini di congenita inettitudine alla corsa o alla vittoria, come nelle poesie di Sereni. La seconda componente ha carattere so- ciale: la bicicletta evoca il mondo dei poveri, dei contadini, dei lavora- tori dalle cui file provengono i campioni. La connotazione sociale, passato il dopoguerra, si amplifica trasformando la bicicletta in sim- bolo della realtà operaia e urbana, come nelle poesie di Penna e Erba. La bicicletta, tuttavia, mantiene un potenziale effetto liberatori0 che in poesia si astrae nella metafora del volo, presente nel maggior numero di testi, e che costituisce la terza componente analizzata. I1 volo si pre- senta come possibilità di distacco dalla realtà spesso con esiti falli- mentari come in Gozzano, Saba, Montale, Penna, o dall'io come in Sereni e Caproni. Associata all'immagine del volo è la quarta compo- nente del viaggio, reale o conoscitivo. La bicicletta diviene simbolo del rifiuto della civiltà urbana e del progresso, veicolo di riavvicinamento alla natura e a valori umani essenziali come nelle poesie di Stecchetti e Tessa. Questa linea di "primitivismo" si sviluppa fin dagli inizi del secolo e ritorna con maggior forza negli anni successivi all'industria- lizzazione con sfumature regressive verso uno stato di primitiva innocenza, come nelle poesie in chiusura di Erba, Ungaretti e Montale.

L'itinerario tracciato mostra come le componenti poetiche della bicicletta derivino dall'originario nucleo epico dell'immagine cicli- stica. Nel passaggio da mito popolare e sociale ad una dimensione individuale l'immaginario eroico si trasforma in una poesia che ri- flette l'esito negativo delle illusioni che l'apparizione della "mac- china" aveva generato.

SUSANNA BARCELLA

Johns Hopkins University

NOTE

'1 testi citati sono rappresentativi delle caratteristiche della bicicletta nella poesia italiana. La scelta è stata fatta in base ad un campione di 52 poesie, risultato di una ricerca effettuata sia sulla produzione poetica ritenuta dalla critica più importante e significativa, sia nell'ambito della poesia dialettale e cosiddetta "minore." Dei poeti dialettali si sono considerati quelli ritenuti i più rappresentativi. I testi dedicati alla bicicletta, o in cui semplicemente essa compare, appartengono ai seguenti poeti: D. Campana, G. Caproni, V. Cardarelli, L. Compagnone, M. Cucchi, L. Erba, R.Fucini,

C. Garboli, G. Gozzano, V. Grotti, T. Guerra, E. Montale, M. Moretti, A. Palazzeschi,

G. Pascoli,, P.P. Pasolini, S. Penna, G. Rodari, U. Saba, T. Scialoja, V. Sereni, L. Stecchetti, D. Tessa, G. Ungaretti. La ricerca si è basata sulla consultazione delle concordanze per i poeti: Campana, Corazzini, Govoni, Moretti, Montale, Pasolini, Pavese, Quasimodo, Rebora, Sbarbaro, Turoldo, Ungaretti. La consultazione delle concordanze ha tenuto conto di tutto il possibile campo semantico della bicicletta (velocipede, ciclo, ruota, pedale, fanale, manubrio, telaio, cambio, rapporto, razzini, camera d'aria, tubolare, arrivo, partenza, corsa, gara, traguardo, campione, ciclista, gregario, passista, velocista, velocità movimento, volo, cadere, pedalare, volare, arri- vare, vincere). Degli autori di cui non sono state consultate le concordanze, sono state an-zzate le opere complete (Sereni, Noventa, Erba) o le opere principali.

2~1primo disegno di una bicicletta risale a Leonardo da Vinci, probabilmente mai realizzato. Bisogna aspettare la fine del 1700 per trovare qualcosa di simile a questi primi disegni, quando il conte di Siorac (o Sivrac) inventò il celerifero: una stanga di legno munita di sella che unisce due ruote di legno. I1 celerifero ebbe un limitato suc- cesso per la scomodità e per la pericolosità. Bisognava infatti spingerlo con i piedi, non aveva manubrio e soprattutto non era munito di freni. Nel 1818 il celerifero venne migliorato dal barone Karl Drais von Sauerbronn, che applicò sella e manubrio. I1 nuovo congegno si chiamò Draisine e diventò un giocattolo di moda. Nel 1855 il francese Michaux apportò l'innovazione decisiva per lo sviluppo dei celeriferi verso la bicicletta: i pedali. Michaux applicò i pedali alla ruota anteriore consentendo la moltiplica dello spazio coperto dal passo di tutto il diametro della ruota. I1 biciclo aveva la ruota anteriore molto più grande della posteriore ponendo così rilevanti pro- blemi di equilibrio. La bicicletta, più o meno come la conosciamo oggi, venne realiz- zata alla fine del secolo scorso dall'inglese Sargent, che mise i pedali in posizione intermedia tra le ruote che tornarono della stessa dimensione. Infine, il veterinario scozzese Dunlop apportò l'ultimo decisivo miglioramento con l'invenzione degli pneumatici e della camera d'aria. "Bicicletta" e "Ciclismo," Enciclopedia italiana di scienze lettere ed arti, 1939 ed. Per lo studio ed i problemi di autenticità della bici- cletta leonardiana vedi Marinoni.

3~1biciclo, il velocipede e la bicicletta, suscitano entusiasmi e divengono oggetto di manifestazioni sportive già alla fine del 1800. Nel 1870 nasce in Italia la prima associazione ciclistica: il Veloce Club di Milano. Nel 1885 nasce l'unione Velocipe- dista Italiana e iniziano i campionati di velocità e resistenza per professionisti e dilet-

tanti. Le corse ciclistice più antiche sono la Parigi-Bordeaux (1891) e l'italiana Coppa del Re (1897). I1 primo Giro d'Italia b del 1909,6 anni dopo il primo Tour de France.
4~'~nciclopedia

italiana riporta il termine macchina ancora negli anni trenta.

5~ianni Brera dedica a quello che definisce il "tumultuoso epos dei poveri una sorta di epillio in endecasillabi per nobilitare, con scherzosa serietà, la materia di tanta passione popolare. Brera, "La bicicletta come anticavallo da Leonardo a Bartali e Coppi," (Vergani 109).

6"La bicicletta è nata come anti-cavallo. Per essa l'uomo divenne somiero di se stesso e si esaltò del proprio vigore. [. . .] I "giganti della strada" nacquero dall'impulso turistico dei poveri e dal loro desiderio di rivincita sociale." Brera, Addio bicicletta 12. I1 concetto della bicicletta come anticavallo viene ripreso e sviluppato anche successivamente in Brera, "La bicicletta come anticavallo," e in L'Anticavallo 10-25.

7~d

ulteriore conferma della radicata e persistente mitologia della fatica si ricorda il celebre l'episodio di Biagio Cavanna, il massaggiatore cieco di Girardengo e Guerra, che per poco non rifiutò quello che sarebbe diventato il suo più grande cam- pione, Coppi, perché faceva il garzone e lo reputava quindi un contadino addolcito.

8~a

bicicletta consentiva infatti non solo un guadagno più remunerativo rispetto a quelli del muratore o del contadino, ma anche l'accesso a un genere di consumi allora riservato a pochissimi: "per molti ciclisti ex-muratori, manovali, garzoni di bottega, contadini, tutti provenienti dal modesto paese della pasta e fagioli, si aprono le porte di una realtà preclusa ai comuni mortali. Una realtà fatta non soltanto di viaggi e tra- sferimenti in treno o nave, di vagoni letto, di valigie con le etichette di destinazioni esotiche agli occhi della maggioranza degli italiani anche quando si tratta delle sedi italianissime delle tappe del giro, di grandi o piccoli alberghi, ma anche di tavole im- bandite di ogni ben di Dio e, comunque, di abbondanti approvvigionamenti in corsa" (Marchesini 168-69; 180-90).

9~estimonianze del mito dei "giganti della strada" sono le biografie dei campioni, tra le quali Brera, Coppi e il diavolo, e Ollivier, Fausto Coppi. La tragedia della glo- ria.

loper dare un'idea del tipo di fatica fisca che il giro comportava, si consideri, ad esempio, che il Giro d'Italia del 1914 coprì 3170 km, con una media di tappa di 396 km e punte di 420 km a tappa. I rifornimenti e gli alloggi non erano assicurati per tutti, le condizioni delle strade proibitive e sotto Roma praticamente inagibili. Ancora nel 1938 solo il 40% circa del percorso del Giro era asfaltato. Vedi Marchesini 125-71.

111 ciclisti venivano solitamente appellati con i loro diminutivi o soprannomi. Binda era per esempio "il signore della montagna," Guerra "la locomotiva umana," Gerbi "il diavolo rosso," Girardengo "il campionissimo." Achille Campanile, paro- diando questa usanza comune, attribuisce alle maglie nere soprannomi come: "Im- prota, il Leopardo di San Giovanni a Teduccio (prov. Di Napoli); Liguori, il Giaguaro di Barra (id.); Pema, il Puma di Cercola (id.)," Campanile 43. L'onomastica e l'uso dei soprannomi o del solo nome per indicare l'atleta (Fausto per Coppi, Gino per Bar- tali ecc.) viene indicato da Barthes come elemento tipico della mitologia della bici- cletta: "Diminuè, le Nom devient vraiment public; il permet de placer I'intimité du coureur sur le proscenium des héros" (Barthes 104).

12~'associazione bicicletta-ali e ciclista-angelo che troveremo spesso nella poe- sia, fu subito sfruttata come immagine pubblicitaria per favorire l'entrata della bici- cletta nel mondo del lavoro. Nella pubblicità della Bianchi del 1932 riportata da Marchesini compaiono collegati il tema del volo e quello del mondo del lavoro: "I1 lavoro, nel ritmo celere dell'ora, come l'ape, ha bisogno di ali. Per il lavoratore la bicicletta è l'ala" (Marchesini 45).

131 dati relativi alla circolazione delle biciclette, che presuppongono una produ- zione industriale, indicano che nel 1898 le biciclette circolanti erano appena 185.000, ma già nel 1910 erano 605.000 e negli anni venti superarono i 7 milioni. Vedi i dati relativi alla diffusione della bicicletta ed ai rapporti tra bicicletta e industria in Marchesini 30-31 e 158.

14seguire il Giro è un'esperienza di scoperta anche per i cronisti. Si veda ad esempio il romanzo sulla cronaca del Giro de11'89 del giovane giornalista Sempione, di Franco Cordelli, che scopre l'Italia e gli italiani e per il quale il Giro diventa scoperta di sé, dell'Italia, della bicicletta e della poesia.Tra i nomi dei cronisti del Giro si possono ricordare 0. Vergani, A.M. Ortese, A. Gatto, V. Pratolini, D. Buzzati,

A. Campanile, C. Malaparte, G. Brera, E. Biagi, R. Roversi, M. Cancogni, G. Parise,

G. Cornisso, C. Zavattini.

15~ianniRodari descrive questa figura nella "Filastrocca del gregario": "Filastrocca del gregario / corridore proletario, // che ai campioni di mestiere / deve far da cameriere, /l e sul piatto, senza gloria, 1serve solo la vittoria. l/ Al traguardo, quando arriva, / non ha applausi, non evviva. /l Col salario che si piglia 1 fa campare la famiglia l/e da vecchio poi si acquista / un negozio da ciclista // o un baretto, anche più spesso, / con la macchina per l'espresso" (Rodari 84).

16"1ntanto il gran Barnum che è il Giro d'Italia, dà rappresentazioni di gala una di seguito all'altra. I giornalisti sono gli imbonitori. Fanno le capriole ai margini dello spettacolo: una gara automobilistica torno torno l'arena, mentre vecchi elefanti, gazzelle zoppe e leoni reali, in bicicletta, si esibiscono al centro. E un baraccone che passa e va. Non concede repliche sulla stessa piazza. Ha per staffette cammelli di gran pregio: carrozzoni radiotrasmittenti, tipografie ambulanti che informano su gli ultimi passaggi e offrono lamette per la barba. E il circo di Buffalo Bill. Dispensa volantini e caramelle, fango e imprecazioni, felicità che durano un attimo e impolverature da dover ricorrere al tintore" (Pratolini 31-32).

17si tratta dei resoconti che Dino Buzzati scrisse per il Corriere della Sera come inviato nell'ormai mitico 1949 e raccolti in Dino Buzzari al Giro d'Italia.

18È il motivo del guardare l'altro che se ne va, fugge in una dimensione irrag- giungibile in cui è presente un rapporto vivo con la re4tà e con la natura, mentre si fa largo la coscienza dell'impossibilità di fare lo stesso. E l'impotenza a "volare" verso una dimensione più vera e più umana. Montale sviluppa questo tema nella poesia "Estenna," apparsa in Ossi di seppia nel 1925.

19questa consapevolezza è presente nel frammento 44, "Giro d'Italian (Sereni 887).

20". . . Voci del dopocorsa, di furore 1 Sul danno e sulla sorte. / Un malumore sfiora la città / per Orlando impigliato a mezza strada / e alla finestra invano / ancor giovane d'anni e bella ancora / Angelica si fa." La poesia porta l'indicazione Brescia, primavera '55 (Sereni 117).

21"~a poesia è una passione?" un racconto in versi non finito. In una lettera a Franco Fortini del 25 Ottobre 1962, Sereni parla del tema della poesia: "Parliamo invece del crescente sospetto circa la capacità della poesia di comunicare e interes- sare. Supponiamo che sia anche questo un sospetto puramente fisiologico e persino balordo. Resta quell'altro: che uno sforzo come il mio rimanga sterile, privo di vera forza comunicativa, schiacciato com'è tra una poesia di argomenti e una poesia nata dal paradosso dell'informale come unica forma possibile. Bisogna disporre, per farla, di un vigore che, non dico annulli, ma in qualche modo assimili e trasformi, com- prendendole e vivendole a fondo, l'una e l'altra istanza" (Sereni 594).

22~ellaseconda stanza compaiono guerra e poesia dannunziana, entrambe sentite ormai lontane. Si affaccia di nuovo l'idea di una poesia diversa, nuova, di passione appunto: ". . . Quei versi / li sentivo lontani / molto lontani da noi: ma era quanto restava, l un modo di parlare tra noi -l sorridenti o presaghi fiduciosi o allarmati l credendo nella guerra o non credendoci -/ in quell'estate di ferro. / Forse nessuno l'ha colto così bene I questo momento dell'anno. Ma I e si guardava attorno tra i tetti che abbuiavano / e le prime serpeggianti luci cittadine -/ sono andati anche loro di là dai fiumi sereni, / è altra roba altro agosto, l non tocca quegli alberi o quei tetti, I vive e muore e sé piange / ma altrove, ma molto molto lontano da qui. l . . ." (Sereni 155).

23~afigura eroica e anti-eroica al tempo stesso, del corridore che contro ogni aspettativa taglia vittorioso il traguardo, si ritrova nel romanzo di Pietro Dotti, La lunga corsa di Ettore, dove Ercole, ciclista semiparalizzato, recupera dignità e fiducia in sé stesso pedalando. Egli sfida e si afferma contro ogni logica e pronostico nel mondo del ciclismo. Ingaggiato al Giro d'Italia per ragioni di propaganda (il ciclismo come "sport proprio per tutti") finisce per far da gregario al campione italiano. Poco prima dell'arrivo, quando ha ormai conquistato il riconoscimento del suo valore, ab- bandona la corsa per ritrovare miracolosamente sé stesso e le gambe. I1 motivo del gregario che abbandona la corsa è presente anche nel romanzo di Roberto Piumini, Il ciclista illuminato, ma con esito diverso. Qui il corridore, persa ogni speranza di vin- cere, abbandona la gara per gettarsi in una discesa che lo rituffa in un arcaico mondo contadino. L'abbandono della corsa si risolve in una deviazione-regressione, nella quale il protagonista, Zugalà, trova un senso nuovo alla bicicletta e la sua personale vittoria.

24''0ggi la bici è tanto familiare l che passa per domestico utensile / come il sec- chi~la pentola il martello / che so? La scopa il mestolo il colino / la grattugia la pesa il cavatappi." (Brera, "La bicicletta come anticavallo" 15).

25~enuBarbera dimostra una ripresa de "Le due strade" in "Nubi color magenta" sia dal punto di vista tematico, attraverso l'immagine della bicicletta come metafora del volo associata alla donna alata, che dal punto di vista stilistico, attraverso precisi riferimenti stilistici e lessicali 51-67.

26~uun totale di 52 testi in cui compare la bicicletta, ben 14 sviluppano o sono associati al tema del volo.

27~ava,nel commento alla poesia, suggerisce come possibile fonte la poesia "La bicicletta di Ninì" di A. Panzini, che fornirebbe, con variante da "dlin" a "dlinn," il ritornello. La bicicletta ritorna anche in un'altra poesia pascoliana, "Rosa delle siepi" nella raccolta Odi ed Inni IPascoli 214-16).

28~adifferenza tra il volo sulle cose e il volo attraverso le cose è evidente nella poesia di P. P. Pasolini "La nuova storia" che racconta il volo di un uccello-anima sopra le cose che scorrono nello spazio sottostante e nel tempo. In questo volo dall'alto non c'è nessuno sforzo di entrare in contatto con la realtà: è un guardare senza interagire. L'unica bicicletta che compare è ferma davanti a un passaggio a livello (Pasolini, Poesia in forma di rosa 407-14).

29~ompare,con la dedica a Libero Bigiaretti in "Gli anni tedeschi," nella raccolta "I1 passaggio d' Enea (1943-1955)" (Caproni 13 1).

30~elmomento in cui la bicicletta si afferma, dice Marchesini "matura una consapevolezza nuova: la campagna non è più avvertita come presenza minacciosa che impensierisce la città e i suoi abitanti, come il luogo di ogni selvatichezza e inci- viltà, da mantenere lontano e separato. La bicicletta, che moltiplica all'infinito l'opportunità di percorrerla in lungo e in largo, di scoprirla secondo cadenze "umane," ha la sua parte in questo cambiamento" (Marchesini 29).

31È di questo periodo, per esempio, il romanzo di A. Panzini, La lanterna di Dio- gene (1907) che racconta un viaggio in bicicletta da Milano a Bellaria. 32"~erore e ore quei calabroni che ronzano regnano dentro il testone tanto che m'imbalordiscono. . . . Nuvole . . . fantasmi . . . nebbie . . . siti . . . uomini . . . idee . . .

un mondo, io direi che intorno tutto un mondo gli si forma, rime che risuonano, una chiama l'altra come le campane, e via via t'involi -volo della fantasia" (Delio Tessa, "De là del mur" 48-84).

OPERE CITATE

Barthes, Roland. Mythologies. Paris: Seuil, 1957.
"Bicicletta." Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti. Roma: Istituto Giovanni

Treccani, 1939 ed. Brera, Gianni. Addio bicicletta. Milano: Biblioteca Universale Rizzoli, 1964. -. "La bicicletta come anticavallo da Leonardo a Bartali e Coppi. Per un epos di

poveri." Vergani 10-25.
. L'Anticavallo. Sulle strade del Tour e del Giro." Milano: Baldini & Castoldi,

1997. -. Coppi e il diavolo. Milano: Baldini & Castoldi, 1997. Brevini, Franco. Poeti dialettali del Novecento. Torino: Einaudi, 1987. Buzzati, Dino. Dino Buzzati al Giro d'ltalia. Milano: Mondadori, 1981. Campana, Dino. Il giorno più lungo. Firenze: Vallecchi, 1974. Campanile, Achille. Battista al Giro d'ltalia. Milano: Edizioni La Vita Felice, 1996. Caproni, Giorgio. Tutte le poesie. Milano: Garzanti, 1983.

"Ciclismo." Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti. Roma: Istituto Giovanni Treccani, 1939 ed. Cordelli, Franco. L'ltalia di mattina. Milano: Leonardo, 1989. Cucchi, Maurizio. Poesie della fonte. Milano: Mondadori, 1993. Dotti, Pietro. La lunga corsa di Ercole. Inseguendo Charlie Gaul. Arezzo: Limina, 1997. Erba, Luciano. Il nastro di Moebious. Milano: Mondadori, 1980. . Il cerchio aperto. Milano: All'insegna del pesce d'oro, 1983. -. L'ippopotamo. Torino: Einaudi, 1989. . L'opera circense. Milano: Garzanti, 1995. Fenu Barbera, Rossana. "Influenze di Gozzano nella poesia di Montale." La Fusta 9 (Spring 1992-Fall 1993): 51-67. Gozzano, Guido. Poesie. Torino: Einaudi, 1973. Marinoni, Augusto. The Unknown konardo. New York: McGrawHill, 1974. Marchesini, Daniele. L'ltalia del Giro d'ltalia. Bologna: I1 Mulino, 1996. Montale, Eugenio. L'opera in versi. Torino: Einaudi, 1980. Ollivier, Jean-Paul. Fausto Coppi. La tragedia della gloria. Milano: Feltrinelli, 1980. Nascimbeni, Giulio. "La bicicletta in prosa e in poesia." Vergani 362-99.

Panzini, Alfredo. La lanterna di Diogene. Milano: Treves, 1907. Pascoli, Giovanni. Poesie. Milano: Mondadori, 1958. . Canti di Castelvecchio. Milano: Rizzoli, 1983. Pasolini, Pier Paolo. Poesia in forma di rosa. Milano: Garzanti, 1964. -. "Caproni." Passione e ideologia. Milano: Garzanti 1960.420-24. Penna, Sandro. Tutte e poesie (1927-1957). Milano: Garzanti, 1970. Piumini, Roberto. Il ciclista illuminato. Genova: il melangolo, 1994. Pratolini, Vasco. Cronache dal Giro d'Italia (maggio-giugno 1947). Milano: Edizioni La Vita Felice, 1995. Rodari, Gianni. Filastrocche in cielo e in terra Torino: Einaudi, 1960. Saba, Umberto. Canzoniere del '21. Milano: Mondadori, 198 1. Sereni, Vittorio. Poesie. Milano: Mondadori, 1995. Stecchetti, Lorenzo. Le rime. Bolognrr Zanichlli, 1903. Teston, Giovanni. Il diodi Roserw. Lecco: Penplo, 1994. Ungaretti, Giuseppe. Un grido e altri paesaggi Milano: Mondadon, 1971. Vergani, Guido, a cura di. L'uomo a &e ruote. Avventura, storia e passwne. Milano: Electa, 1987.

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